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	<title>Specchio antico &#187; Attualità</title>
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	<description>Ora vediamo come in uno specchio antico (San Paolo)</description>
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		<title>Un falso di successo</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2021 20:39:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cento anni fa il Times pubblicava una clamorosa inchiesta in cui dimostrava che un libro di grande diffusione era in realtà un falso. Ma nonostante ciò ha continuato a circolare e, purtroppo, a fare danni. Stiamo parlando dei “Protocolli dei Savi di Sion” un libercolo che pretendeva di riportare i verbali di un complotto ebraico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cento anni fa il Times pubblicava una clamorosa inchiesta in cui dimostrava che un libro di grande diffusione era in realtà un falso. Ma nonostante ciò ha continuato a circolare e, purtroppo, a fare danni. Stiamo parlando dei “Protocolli dei Savi di Sion” un libercolo che pretendeva di riportare i verbali di un complotto ebraico per dominare il mondo. “È poco credibile” scriveva Umberto eco nella presentazione del libro “<a href="https://www.lafeltrinelli.it/libri/complotto/9788806177850?productId=9788806177850">Il Complotto</a>” di Will Eisner, “che i cattivi esprimano in modo così scoperto e svergognato i loro malvagi progetti. Ma quello che appare incredibile è che questo falso sia rinato dalle proprie ceneri ogni volta che qualcuno ha dimostrato che si trattava di un falso, al di là di ogni dubbio”. Vediamo la storia.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 742px"><img title="Protocolli" src="http://www.avventismoprofetico.it/upload/avventismo/57_i-protocolli-dei-savi-anziani-di-sion-in-francese.jpg" alt="Una edizione francese dei Protocolli." width="732" height="1199" /><p class="wp-caption-text">Una edizione francese dei &quot;Protocolli&quot;.</p></div>
<p>Certamente Maurice Joly, scrittore, nel 1864 non poteva immaginare quello che avrebbe provocato il suo libro “Il dialogo all’inferno tra Machiavelli e Montesquieu”. La sua intenzione era di screditare Napoleone III mettendo in bocca a Machiavelli una descrizione dei meccanismi che permettevano ai potenti di dominare il popolo. Bisogna riconoscere la bontà del suo lavoro, visto il successo delle sue analisi. Non andò così per il sogno di Joly di ribaltare il potere di Napoleone III: Il libro fu proibito e gli valse un anno e mezzo di prigione. Joly per la sua attività sovversiva ebbe altre condanne e morì suicida nel 1878. Avrebbe potuto finire tutto lì.</p>
<p><strong>Nella Russia zarista</strong><br />
Andiamo ora in Russia. Nel 1984 sale al trono Nicola II, uomo facilmente influenzabile. Fra i suoi consiglieri più ascoltati c’è Sergei Yulievich Witte che gli propone idee troppo moderne per i conservatori di corte.  L’antisemitismo era ben radicato nel paese e alcuni pensarono di screditare le idee per modernizzare la Russia facendole passare per un complotto ebraico. Ci volevano però dei documenti per avvalorare questa tesi. Decidono allora di fabbricarli, con la complicità dei servizi segreti che per questi lavori hanno al loro servizio un abile falsario, Mathieu Golovinskij. Gli commissionano un libro basato proprio sui dialoghi all’inferno di Joly. Nelle mani di Golowinskij <strong>il libro di denuncia diventa la storia di un complotto giudaico</strong>: un gruppo di sette savi ebrei si riuniscono per ordire una trama per dominare il mondo e tutto questo viene raccontato sotto la forma di verbali delle loro riunioni segrete. Una trama inverosimile, nessuno metterebbe per iscritto i propri complotti segreti. Il libro esce in Russia nel 1905 e, grazie alla diffidenza verso gli Ebrei, ha successo. Si diffonde anche all’estero: in America Henry Ford lo pubblica a puntate su un suo giornale, in Inghilterra esce nel 1920 col titolo “Il pericolo ebreo” e Winston Churchill ne parla in un lungo articolo.</p>
<p><strong>Il falso svelato</strong><br />
Solo un anno dopo un corrispondente del Times riceve da un emigrante russo una copia dei Dialoghi di Joly con la rivelazione che ampi stralci del libro si ritrovano nei <em>&#8220;Protocolli&#8221;</em>. La conclusione è chiara: <strong>non può essere che un falso</strong>. Così nell’agosto del 1921 l’autorevole giornale smaschera il libro, con la convinzione di aver messo la parola fine alla truffa. Ma anche se qualcuno, come Henry Ford, si ricrede, <strong>il libro continua a diffondersi.</strong><br />
Fra i paesi in cui i <em>&#8220;Protocolli&#8221; </em>sono usciti c’è la Germania, dove il giovane Adolf Hitler ne usa i contenuti per fare proseliti nelle birrerie di Monaco. Quando finisce in prigione scrive il suo libro “<em>Mein Kampf</em>” dove <strong>cita ampiamente i <em>&#8220;Protocolli&#8221;</em> come base per le sue affermazioni.</strong> La crisi del paese è profonda, Hitler fornisce al popolo tedesco un nemico a cui dare la colpa: i Savi di Sion e l’intera razza ebraica. Lui e il partito nazista useranno i protocolli nella propaganda fino alla fine. Quello che è successo agli Ebrei è noto.</p>
<p><strong>Le edizioni si moltiplicano</strong><br />
Il libro però sopravvive anche al crollo del Nazismo e le edizioni si moltiplicano, nonostante le comunità ebraiche riescano ad ottenerne la condanna per diffamazione da tribunali di tutto il mondo. Il Ku Klux Klan ne ha fatto un testo di riferimento e viene tuttora diffuso ampiamente nei paesi musulmani. Nel 1970 viene edito in Italia da Ordine Nuovo. Ancora nel 2019 il senatore Lannutti in un tweet lo cita per denunciare il potere dei banchieri ebrei e viene incriminato per istigazione all’odio razziale.<br />
Cosa ha determinato il successo dei <em>&#8220;Protocolli&#8221;</em>? Indubbiamente Joly nei suoi Dialoghi aveva fatto un buon lavoro: alcuni brani sul debito pubblico possono spiegare dinamiche tuttora presenti nella società. Ma l’autore dei <em>&#8220;Protocolli&#8221;</em> ha compiuto un passaggio cruciale:<strong> le dinamiche economiche diventano macchinazioni gestite da un ristretto gruppo di potere</strong> al quale attribuire la colpa di tutti i guai. Questo aiuta a spiegare le giustificazioni date sul fatto che vengono citate nonostante siano un falso. Citiamo ancora Umberto Eco: “Il ragionamento è impeccabile: «I <em>Protocolli</em> potrebbero essere falsi, ma raccontano esattamente quello che gli ebrei pensano e quindi devono essere considerati autentici». In altre parole non sono i protocolli a produrre antisemitismo, è il profondo bisogno di individuare un Nemico che spinge a credere ai <em>Protocolli</em>”. Prova ne sia che il loro contenuto può funzionare anche senza il popolo ebraico. Come afferma Domenico Dario Curtotti nella introduzione dell’edizione delle “Edizioni Clandestine” i <em>&#8220;Protocolli&#8221;</em> sopravvivono anche all’antisemitismo.<strong> L’ossessione del potere occulto e manipolatore rende la letteratura cospiratoria morbosamente attraente</strong>. Così non è difficile trovare in rete gli stessi meccanismi dei <em>&#8220;Protocolli&#8221;</em> attribuiti però alla setta degli Illuminati.</p>
<p><strong>I protocolli si riciclano</strong><br />
I <em>&#8220;Protocolli&#8221;</em> quindi <strong>possono anche riciclarsi sotto altre forme e sopravvivere persino se si ammette la loro origine apocrifa</strong>. Nel cercare in rete materiali per questo articolo abbiamo trovato un libro edito nel 2020 che li cita nel titolo e si presenta così: “Tutto si è avverato esattamente come pianificato nei <em>Protocolli dei Savi Anziani di Sion</em> del 1905: La privazione della sovranità delle nazioni europee, la loro soggezione alla Grande Finanza Internazionale attraverso il ricatto del Debito (…), <em>oggi anche con pandemie architettate.</em> (…) Non conta tanto chi ne fu l&#8217;autore (e il popolo ebreo non ha nulla a che vedere con essi) quanto la fondatezza del loro contenuto”. Insomma, per dirla ancora con Umberto Eco, ci si giustifica dicendo: «I <em>Protocolli</em> confermano la storia che ho tratto da essi quindi sono autentici».<br />
Ci libereremo dell’influenza di quest’opera? Sarà molto difficile, ma pensiamo sia valsa la pena di parlarne.</p>
<p>Pubblicato sul numero 4/2021 Luglio-Agosto del giornale &#8220;Sempre&#8221; <a href="http://semprenews.it/">http://semprenews.it</a></p>
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		<title>Uno sguardo al Paleolitico</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Apr 2021 10:44:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In genere ci raffiguriamo gli Homo sapiens dell’età della pietra intenti a scambiarsi grugniti e comunicare a gesti. Proviamo a immaginarli mentre ragionano come uomini moderni e vediamo cos’è successo tanto tempo fa in un piccolo villaggio del Paleolitico inferiore.
- Hey Gwulf, hai sentito la novità di Fwugh?
- Chi, quel matto?
- Proprio lui.
- Cosa ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In genere ci raffiguriamo gli Homo sapiens dell’età della pietra intenti a scambiarsi grugniti e comunicare a gesti. Proviamo a immaginarli mentre ragionano come uomini moderni e vediamo cos’è successo tanto tempo fa in un piccolo villaggio del Paleolitico inferiore.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 450px"><img title="Nel paleolitico" src="http://3.bp.blogspot.com/-Z4SxUqnTK1I/VedsxHxpY4I/AAAAAAABGsk/Ae5QSNhEjjk/s1600/primitivo%2Bche%2Bscheggia%2Buna%2Bpietra.JPG" alt="Uomo del Paleolitico" width="440" height="457" /><p class="wp-caption-text">Uomo del Paleolitico</p></div>
<p>- Hey Gwulf, hai sentito la novità di Fwugh?<br />
- Chi, quel matto?<br />
- Proprio lui.<br />
- Cosa ha combinato stavolta?<br />
- Sai quel fulmine che ha colpito il bosco che poi ha bruciato per una settimana? Beh, non è andato a curiosare quando ancora c’erano le fiamme in giro?<br />
- Ha proprio una testa da Neanderthal quello lì! Andare a mettersi in pericolo così per niente.<br />
- No, ma aspetta, non ho finito. Dice che ha preso su dei rami che ancora bruciavano e se li è portati al villaggio.<br />
- Ma è proprio matto! Vuole farci bruciare tutti. Va bene che un ramo si spegne in poco tempo, ma intanto può attaccare l’incendio a qualcos’altro.<br />
- Poco tempo un fico secco. Lui e i suoi figli sono lì che portano legna per alimentarlo e sono già tre giorni che brucia. Sta anche facendo prove strane: ha preso un ramo spento che però aveva la punta rossa e scottava, l’ha messo vicino all’erba secca e ci ha soffiato sopra. L’erba secca ha fatto una gran fiammata e il ramo ha ripreso a bruciare. Chi era lì si è preso una gran paura. Tutti a dire “Ma sei matto! Il fuoco si attaccherà all’erba secca e arriverà dappertutto” Ma lui dice che bastano un po’ di pietre per evitare l’incendio di quello che c’è intorno.<br />
- Ma le pietre servono a ben altro! Con tutte le cose utili che si possono fare, lui le va a sprecare per i suoi giochini? Chi me lo dice a me che dopo un po’ di tempo le pietre non prendono fuoco anche quelle? Non si sa mai. Per cosa poi? Una roba inutile che fa solo dei danni!<br />
- Ah, ma lui già comincia a dire come sarà bello quest’inverno scaldarsi attorno a un fuoco. Vuole addirittura portarselo dentro la capanna.<br />
- Cosa? Ma è proprio matto! Non ci sono già le pellicce per stare caldi? E poi quando c’era l’incendio nel bosco l’aria era tutta grigia e bruciava la gola e gli occhi. Come pensa di stare bene in una capanna con tutta quell’aria grigia?<br />
- Non lo sa bene neanche lui, ma dice che l’aria grigia va in alto e si potrebbe provare a fare un buco nel tetto per vedere se esce. Finora sua moglie gliel’ha impedito, ma qualcuno potrebbe provarci prima o poi.<br />
- Qualcuno? Non mi dirai che c’è qualcuno che glia dà retta!<br />
- Purtroppo pare di sì. Erano già tre o quattro lì a chiedere informazioni “Come si fa”? “Dai, proviamo a farne un altro” “Ma ci vuole molta legna”? E lui li ha incoraggiati, ne hanno acceso un secondo, così se si spegne un fuoco ce ne può essere un altro, diceva.<br />
- Ah già, bisogna tenerlo acceso, ci vorrà qualcuno che lo bada. Con tutte le cose che ci sono da fare ci deve essere gente che invece di andare a caccia sta a raccogliere legna e buttarla sul fuoco? Tutto per una cosa inutile e pericolosa. Ma lo stregone non dice niente?<br />
- Uhuuu, lo stregone! L’ha detto in tutti i modi che se gli Dei volevano il fuoco dentro il villaggio mandavano il fulmine qui e non nel bosco. Lo capiscono tutti, ma lui dice che se gli Dei ci hanno fatti curiosi un motivo ci sarà.<br />
- Mamma mia! Mette anche in discussione quello che dice lo stregone, non c’è più religione, dove andremo a finire! E il capo villaggio sta zitto anche lui? Non si preoccupa di questa cosa che consuma risorse, ci mette in pericolo ed è totalmente inutile? Dai, facciamo un comitato e andiamo a protestare. Questa cosa del fuoco deve finire subito.</p>
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		<title>Indignati per Fazio?</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jun 2017 06:49:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;indignazione per il compenso pattuito fra Rai e Fabio Fazio ha degli aspetti paradossali.
Facendo bene i conti il compenso è in linea con le leggi del mercato. La sua trasmissione ha gli ascolti più alti della Rai (escluso Sanremo e alcune partite di calcio) e gli sponsor pagano cifre tra i trentamila e i sessantamila [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;indignazione per il compenso pattuito fra Rai e Fabio Fazio ha degli aspetti paradossali.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 605px"><img title="Fabio Fazio" src="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/8/81/Fabio_Fazio_cropped.jpg" alt="Fabio Fazio - da Wikipedia" width="595" height="856" /><p class="wp-caption-text">Fabio Fazio - da Wikipedia</p></div>
<p>Facendo bene i conti il compenso è in linea con le leggi del mercato. La sua trasmissione ha gli ascolti più alti della Rai (escluso Sanremo e alcune partite di calcio) e gli sponsor pagano cifre tra i trentamila e i sessantamila Euro per <span style="text-decoration: underline;">quindici secondi</span> di spot. Senza Fazio gli spot verrebbero venduti a cifre notevolmente inferiori. Se volete uno spot a &#8220;Porta a porta&#8221;, per dire, spendete intorno a diecimila Euro, se vi accontentate di Geo Magazine potete cavarvela con poco più di quattromila. Le trasmissioni di Fazio sono in attivo e quindi non pesano sul canone e vanno, semmai, ad alleggerirlo. Le leggi del mercato, o per meglio dire dell&#8217;economia liberista, permettono a un qualsiasi lavoratore di chiedere un compenso allineato a quanto fa guadagnare all&#8217;azienda per cui lavora e Fazio non ha fatto altro che questo. Uno stipendio uguale per tutti è previsto dall&#8217;economia comunista, ma ormai sono poche le aree del mondo dove venga effettivamente praticata. La Dottrina Sociale della Chiesa chiede a chiunque di restituire quanto riceve in più del necessario, ma, che io sappia, non ha forza di legge in nessun paese del mondo.</p>
<p>Certo, ai più il compenso appare sproporzionato, ma bisogna pensare che è anche autore, il suo lavoro è molto di più che condurre il programma e muove un grosso giro d&#8217;affari. Senza di lui probabilmente ci sarebbero diversi disoccupati in più.</p>
<p>Quello che a me sembra paradossale è che ad attaccarlo sia proprio quella destra che difende strenuamente il libero mercato e il profitto come diritto inalienabile. Mi spiace per loro, ma è proprio il libero mercato e la concorrenza che permettono, anzi causano, simili profitti. Penso male che in questo caso l&#8217;attacco a Fazio sia funzionale agli interessi di una TV concorrente che ha come proprietario proprio il leader politico della destra?</p>
<p>Comunque tutto bene non va. C&#8217;è una cosa che mi fa indignare.</p>
<p>Una parte dei proventi di Fazio andrà da una società privata (la Rai!) allo Stato sotto forma di tasse. Fabio Fazio, come del resto tutti gli altri divi televisivi, i calciatori e i supermanager, pagherà sulla parte più alta dei suoi profitti solo un 43% di IRPEF, mentre in altri paesi europei l&#8217;aliquota corrispondente va dal 45 al 60%. Inoltre sulla sua super villa (13 stanze, piscina, 7.000 mq di uliveti) non paga una lira di ICI, essendo prima casa. Questo è il vero scandalo, quello di uno Stato troppo benevolo con i ricchi. Ma su questo nessuno aizza il popolo, anzi, gli stessi detrattori di Fazio alzano alte grida sui poveri ricchi oppressi dalle tasse. E sono fra gli autori di questo sistema fiscale.</p>
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		<title>Continuità didattica? Cos&#8217;era?</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2017 10:29:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Scusate il titolo volutamente provocatorio, ma è una reazione alla notizia che il ministro Fedeli vuole ripristinare la continuità didattica intervenendo sul contratto degli insegnanti. Alla domanda di un giornalista “Non ha appena cancellato la norma della riforma che prevedeva che i prof stessero tre anni nella stessa scuola?” ha risposto come se la domanda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scusate il titolo volutamente provocatorio, ma è una reazione alla notizia che il ministro Fedeli vuole ripristinare la continuità didattica intervenendo sul contratto degli insegnanti. Alla domanda di un giornalista “<em>Non ha appena cancellato la norma della riforma che prevedeva che i prof stessero tre anni nella stessa scuola?</em>” ha risposto come se la domanda fosse pertinente <em>&#8220;Solo per chi si è spostato quest’anno. </em>– ha precisato il ministro – <em>Vorrei dal prossimo settembre che gli studenti trovassero i loro insegnanti in cattedra e possibilmente per tre anni. La continuità va incentivata&#8221;.</em></p>
<p>Quindi il Ministro pensa che la colpa della mancata continuità didattica sia dei trasferimenti degli insegnanti e il problema si risolverà tenendoli fermi per tre anni nello stesso posto? Si sbaglia, signora Ministro. Se un insegnante rimane tre anni (o quattro, cinque o dodici&#8230;) nella stessa scuola i suoi alunni correranno comunque il rischio di vederlo sparire dopo un solo anno e lui di dover prendere in carico ogni volta classi completamente nuove.</p>
<p>La continuità didattica nella scuola italiana, una volta c&#8217;era. Ma non è sparita perché gl&#8217;insegnanti si sono messi improvvisamente a chiedere trasferimenti come se non ci fosse un domani. Non c&#8217;è più dal 2003 perché il Ministro Moratti, presa forse da un impeto di giustizia ma più probabilmente da più concrete esigenze di cassa, decise di far sparire le &#8220;cattedre orario&#8221;, cioè quelle con orario inferiore alle diciotto ore. Queste cattedre erano state previste dalla riforma Gentile proprio per garantire la continuità didattica: Se l&#8217;insegnamento di una materia in un corso prevedeva un numero di ore inferiore a 18 (ad esempio 16)  le restanti rimanevano a disposizione della scuola senza essere impiegate in classe. Portare tutte le classi a 18 ore voleva dire andare a pescare nel monte ore di un altro insegnante, il quale a sua volta prendeva le ore da un altro corso e così via. Con la conseguenza di attivare ogni anno combinazioni diverse ed anche di spezzettare gli insegnamenti, dividendo, ad esempio, italiano da storia. A suo tempo ho fatto un&#8217;analisi più approfondita delle conseguenze in un articolo per <a href="http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=1768" target="_blank">Fuoriregistro</a> ed è stato tutto confermato dall&#8217;esperienza.</p>
<p>Quindi, signora Ministro, se vuole ripristinare quella bella e sacrosanta cosa che era la continuità didattica, lasci perdere i trasferimenti degli insegnanti e ripristini invece le cattedre orario.</p>
<p>Nel caso voglia farlo, le auguro buona fortuna.</p>
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		<title>Un Presepe per unire e non per dividere</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2016 07:00:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da molti anni ormai gestisco il Concorso Presepi della Diocesi di Rimini. Ho imparato molto su questa bella forma d&#8217;arte popolare e soprattutto ho imparato ad amarla, attraverso la cura e la passione che tante persone mettono in questo appuntamento annuale.
Per questa ragione soffro nel vedere le diatribe sulla presenza dl Presepe nelle scuole.
Ovvio che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riccardoghinelli.it/blog/wp-content/uploads/2016/12/12301486_10208153975236996_5972285907641354272_n.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1881" title="Presepe" src="http://www.riccardoghinelli.it/blog/wp-content/uploads/2016/12/12301486_10208153975236996_5972285907641354272_n.jpg" alt="Presepe" width="960" height="638" /></a>Da molti anni ormai gestisco il Concorso Presepi della Diocesi di Rimini. Ho imparato molto su questa bella forma d&#8217;arte popolare e soprattutto ho imparato ad amarla, attraverso la cura e la passione che tante persone mettono in questo appuntamento annuale.</p>
<p>Per questa ragione soffro nel vedere le diatribe sulla presenza dl Presepe nelle scuole.<br />
Ovvio che succeda quando viene rifiutato per un malinteso rispetto verso altre religioni.</p>
<p>Meno ovvio il disagio che provo nel vedere sui social network i post che invitano a fare il Presepe “per difendere la nostra civiltà”. Come si facesse il Presepe contro qualcuno, cercando di occupare spazi invece di avviare processi, il contrario di quello che ci invita a fare il nostro Papa Francesco. Usiamo invece il Presepe per iniziare un processo di unità, come sta facendo da tempo la Caritas della Diocesi di Rimini con la sua mostra annuale dei Presepi nel Mondo.</p>
<p>E nelle scuole prendiamo l&#8217;occasione del Presepe per parlare, o far parlare qualcuno, di quel <strong>Bambino Ebreo, divenuto Messia dei Cristiani e penultimo profeta dei Musulmani</strong>. Venuto in terra per portare la Pace a tutti gli uomini di buona volontà.</p>
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		<title>Questo non è un post sul referendum</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2016 18:16:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Avevo dei criteri per giudicare la bontà degli interventi nel dibattito politico. Ho un debole per le argomentazioni vere, quelle che affrontano il nocciolo del problema, che vanno al punto.
Non sopporto invece i mezzucci, le false argomentazioni, quelle che non affrontano il problema, che cercano un diversivo.
Faccio alcuni esempi.
Cominciamo dal delegittimare l&#8217;avversario. Non si parla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riccardoghinelli.it/blog/wp-content/uploads/2016/11/2006-04-apr-09-0051.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1875" title="Scheda" src="http://www.riccardoghinelli.it/blog/wp-content/uploads/2016/11/2006-04-apr-09-0051-300x199.jpg" alt="Scheda" width="300" height="199" /></a>Avevo dei criteri per giudicare la bontà degli interventi nel dibattito politico. Ho un debole per le argomentazioni vere, quelle che affrontano il nocciolo del problema, che vanno al punto.</p>
<p>Non sopporto invece i mezzucci, le false argomentazioni, quelle che non affrontano il problema, che cercano un diversivo.</p>
<p>Faccio alcuni esempi.</p>
<p>Cominciamo dal delegittimare l&#8217;avversario. Non si parla del tema, si dice che chi è contro non vuole il progresso, fa gli interessi delle lobby, è legato a vecchi schemi e così via. il tutto senza nessuna giustificazione. Questo metodo ha anche delle varianti, come quello di appioppare etichette o, peggio, nomignoli. Si etichetta l&#8217;avversario con qualche appellativo che gli resta appiccicato. Facile bollare l&#8217;altro come fascista o comunista chiunque esprima idee appena appena dissonanti dalla propria ortodossia. Ma bisogna pure avere un po&#8217; di fantasia per farsi notare. Così l&#8217;avversario diventa boiardo, gufo, servo. Se ne deforma il nome, che diventa pregiudizio, marchio d&#8217;infamia: la riforma diventa &#8220;schiforma&#8221;, &#8220;Il Fatto quotidiano&#8221; diventa &#8220;Fattone quotidiano&#8221;.</p>
<p>All&#8217;estremo c&#8217;è quella che viene chiamata ironicamente la &#8220;Reductio ad Hitlerum&#8221;: l&#8217;avversario viene paragonato ad Hitler, Stalin o altri personaggi repellenti in modo da applicare a lui tutta una serie di pregiudizi.</p>
<p>Per difendere le proprie azioni sbagliate se ne evocano altre dell&#8217;avversario per stabilire che lui non è migliore, non importa la gravità dell&#8217;azione. Non importa se questo finisce col distruggere la morale, non c&#8217;è un punto di riferimento, basta dimostrare che &#8220;gli altri&#8221; non sono meglio dei &#8220;nostri&#8221;. Il male dei &#8220;nostri&#8221; diventa lecito attraverso il male degli &#8220;altri&#8221;.</p>
<p>Ho sempre osservato il dibattito politico tenendo conto del criterio della qualità delle argomentazioni che non è stato criterio determinante, ma è servito a confermare scelte fatte su considerazioni ben più consistenti.</p>
<p>Ma adesso il livello del dibattito si sta appiattendo verso il basso in maniera impressionante, i leader degli schieramenti sembrano fare a gara a chi fa peggio. Sempre meno politici argomentano le loro affermazioni, sempre più ricorrono all&#8217;attacco all&#8217;avversario. Se ho deciso di non partecipare attivamente alla campagna referendaria è anche per non rischiare di venire associato a personaggi dell&#8217;una o dell&#8217;altra parte di cui non ho alcuna stima.</p>
<p>Su questo fronte le cose vanno sempre peggio.  E  per cambiarle non basterà un sì. E nemmeno un no.</p>
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		<title>&#8220;Non può piovere sempre&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jun 2016 08:55:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In principio sembrò una coincidenza che si protraeva un po&#8217; troppo. Non ci volle molto tempo perché si cominciasse ad associare la cosa ai film di Fantozzi e a scherzare sulla puntualità della “nuvola da impiegati”. Ma naturalmente era uno scherzo. Però il fatto è che da molti mesi ormai, con troppa regolarità, durante i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">In principio sembrò una coincidenza che si protraeva un po&#8217; troppo. Non ci volle molto tempo perché si cominciasse ad associare la cosa ai film di Fantozzi e a scherzare sulla puntualità della “nuvola da impiegati”. Ma naturalmente era uno scherzo. Però il fatto è che da molti mesi ormai, con troppa regolarità, durante i week-end in Italia pioveva. Da così tanto tempo che quando un bagnino di Cesenatico si suicidò, subito i giornali diedero la colpa all&#8217;andamento meteorologico, senza considerare il fatto che nel giro di tre giorni la moglie lo aveva piantato, l&#8217;amante era fuggita con un bidello delle medie e un corto circuito aveva fuso in un unico blocco la sua collezione di CD di Shakira.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Per un bel po&#8217; di tempo si andò avanti fra ironie, rabbia e rassicurazioni degli esperti che rassomigliavano molto allo slogan di un vecchio film “Non può piovere sempre”. Al quale il popolo rispondeva amaramente “Infatti da lunedì a venerdì non piove”.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Il tempo ormai si misurava in anni, quando un anziano docente dell&#8217;Università di Tubinga, il professor Warmer Sommersturm, annunciò di avere la spiegazione del fenomeno. Chiese innanzitutto scusa per avere craccato una dozzina di centri di calcolo fra i più potenti al mondo, ma era necessario per far funzionare il più complesso modello meteo mai realizzato. Con questo modello era riuscito a mettere in relazione altre strane regolarità che si erano verificate qua e là nel mondo, come ad esempio la tromba d&#8217;aria su Timbuctù ogni dieci giorni, le grandinate del giovedì sul delta dell&#8217;Okawango e il temporale che arrivava ogni terzo mercoledì del mese sul lago Titicaca alle quindici e trentasette. I mutamenti climatici avevano creato localmente una serie di cicli regolari che a loro volta si combinavano in vario modo dando origine a comportamenti che si ripetevano con diverse periodicità. Fra questi, appunto, le piogge di fine settimana sull&#8217;Italia. Naturalmente non fu creduto. La reazione più seria fu quella di un noto sito di previsioni meteo che mise in rete un referendum per decidere se il fenomeno si dovesse chiamare “Signora Pina”, “Mariangela” o “Signorina Silvani”.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Per fortuna nelle Università non mancano i curiosi, anzi si potrebbe dire che è il loro ambiente naturale. Un giovane ricercatore del politecnico di Lahore si prese la briga di mettere in rete ventiquattro grossi computer, in maniera più o meno legale. Sviluppò ulteriormente il modello del professor Sommersturm e riuscì a confermare la sua teoria. Nel frattempo altri avevano provato a smentire l&#8217;ipotesi, ma senza successo. Così la teoria del professor Sommersturm attraversò le ben note quattro fasi che ogni nuova teoria scientifica deve affrontare:</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">“È una sciocchezza”</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">“Potrebbe essere vero”</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">“Non c&#8217;è niente di nuovo”</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">“L&#8217;avevo detto prima io”.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Alla fase quattro si cominciarono a cercare soluzioni. Nelle varie parti del Mondo le popolazioni si erano ormai adattare alla nuova situazione con piccoli o grandi aggiustamenti. Nel complesso, piano piano, la gente si stava abituando alla regolarità climatica ed anzi in molti casi si era trovato il modo di trarre profitto dalla prevedibilità dei fenomeni.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Solo la situazione dell&#8217;Italia appariva critica ed allora si pensò alla soluzione più logica: spostare la domenica. Chiaramente l&#8217;opposizione più forte venne dagli ambienti religiosi, che però si arresero di fronte alla constatazione che il Giorno del Signore da occasione di festa si era ormai trasformato in un abisso di depressione. Non ci volle molto per decidere che era meglio accorciare una settimana piuttosto che allungarla. In un primo tempo si pensò di eliminare giovedì e venerdì, ma poi cominciò a circolare l&#8217;idea che se si doveva eliminare un giorno era meglio togliere un lunedì. Dopo molte discussioni, più o meno accademiche, si decise per una settimana che iniziasse di martedì e finisse di giovedì, fissando la data in modo da togliere di mezzo anche un venerdì tredici.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Così venne il grande giorno e tutto si risolse in apocalittici ingorghi sulle autostrade all&#8217;andata, indescrivibili affollamenti sulle spiagge, anche le più sperdute, e altri colossali ingorghi al ritorno. Al lunedì tutti in ufficio, facendo pernacchie a Giove Pluvio che non mancava di ricambiare con scrosci di pioggia. Ma l&#8217;incubo era finito e si prospettava un futuro di radiosi fine settimana e si facevano progetti per approfittare del ciclo regolare delle precipitazioni. Tutto sembrava andare per il meglio, tranne, ovviamente, che per i meteorologi, per i quali si dovette studiare un piano di ricollocamento in lavori socialmente utili.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Un tarlo però rodeva la mente degli scienziati: sarebbe durato? Si collegarono allora quarantotto colossali computer, si mise a punto la versione 3.0 del modello del professor Summersturm e si iniziò a cercare quali eventi avrebbero potuto turbare la comoda regolarità meteorologica.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">La risposta fu rassicurante. Il regime che si era instaurato era incredibilmente stabile, a perturbarlo non sarebbe bastata la classica farfalla che battendo le ali a Tokio fa piovere a Parigi. “Per fare un esempio” dichiarò il professor Sommersturm durante un talk show, “non sarebbe sufficiente nemmeno che contemporaneamente il Krakatoa eruttasse, il ghiacciaio Perito Moreno precipitasse per intero in mare e tutti i gayser di Yellowstone spruzzassero all&#8217;unisono.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">In quel preciso istante il Krakatoa eruttò, il Perito Moreno precipitò, i gayser di Yellowstone spruzzarono. E una farfalla battè le ali a Tokyio.</div>
<div>
<div id="attachment_1863" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.riccardoghinelli.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/240715-028.jpg"><img class="size-medium wp-image-1863" title="Pioggia" src="http://www.riccardoghinelli.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/240715-028-300x199.jpg" alt="Piove" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Piove</p></div>
<p>In principio sembrò una coincidenza che si protraeva un po&#8217; troppo. Non ci volle molto tempo perché si cominciasse ad associare la cosa ai film di Fantozzi e a scherzare sulla puntualità della “nuvola da impiegati”. Ma naturalmente era uno scherzo. Però il fatto è che da molti mesi ormai, con troppa regolarità, durante i week-end in Italia pioveva. Da così tanto tempo che quando un bagnino di Cesenatico si suicidò, subito i giornali diedero la colpa all&#8217;andamento meteorologico, senza considerare il fatto che nel giro di tre giorni la moglie lo aveva piantato, l&#8217;amante era fuggita con un bidello delle medie e un corto circuito aveva fuso in un unico blocco la sua collezione di CD di Shakira.</p></div>
<div>Per un bel po&#8217; di tempo si andò avanti fra ironie, rabbia e rassicurazioni degli esperti che rassomigliavano molto allo slogan di un vecchio film “Non può piovere sempre”. Al quale il popolo rispondeva amaramente “Infatti da lunedì a venerdì non piove”.</div>
<div>Il tempo ormai si misurava in anni, quando un anziano docente dell&#8217;Università di Tubinga, il professor Warmer Sommersturm, annunciò di avere la spiegazione del fenomeno. Chiese innanzitutto scusa per avere craccato una dozzina di centri di calcolo fra i più potenti al mondo, ma era necessario per far funzionare il più complesso modello meteo mai realizzato. Con questo modello era riuscito a mettere in relazione altre strane regolarità che si erano verificate qua e là nel mondo, come ad esempio la tromba d&#8217;aria su Timbuctù ogni dieci giorni, le grandinate del giovedì sul delta dell&#8217;Okawango e il temporale che arrivava ogni terzo mercoledì del mese sul lago Titicaca alle quindici e trentasette. I mutamenti climatici avevano creato localmente una serie di cicli regolari che a loro volta si combinavano in vario modo dando origine a comportamenti che si ripetevano con diverse periodicità. Fra questi, appunto, le piogge di fine settimana sull&#8217;Italia. Naturalmente non fu creduto. La reazione più seria fu quella di un noto sito di previsioni meteo che mise in rete un referendum per decidere se il fenomeno si dovesse chiamare “Signora Pina”, “Mariangela” o “Signorina Silvani”.</div>
<div>Per fortuna nelle Università non mancano i curiosi, anzi si potrebbe dire che è il loro ambiente naturale. Un giovane ricercatore del politecnico di Lahore si prese la briga di mettere in rete ventiquattro grossi computer, in maniera più o meno legale. Sviluppò ulteriormente il modello del professor Sommersturm e riuscì a confermare la sua teoria. Nel frattempo altri avevano provato a smentire l&#8217;ipotesi, ma senza successo. Così la teoria del professor Sommersturm attraversò le ben note quattro fasi che ogni nuova teoria scientifica deve affrontare:</div>
<div>“È una sciocchezza”</div>
<div>“Potrebbe essere vero”</div>
<div>“Non c&#8217;è niente di nuovo”</div>
<div>“L&#8217;avevo detto prima io”.</div>
<div>Alla fase quattro si cominciarono a cercare soluzioni. Nelle varie parti del Mondo le popolazioni si erano ormai adattare alla nuova situazione con piccoli o grandi aggiustamenti. Nel complesso, piano piano, la gente si stava abituando alla regolarità climatica ed anzi in molti casi si era trovato il modo di trarre profitto dalla prevedibilità dei fenomeni.</div>
<div>Solo la situazione dell&#8217;Italia appariva critica ed allora si pensò alla soluzione più logica: spostare la domenica. Chiaramente l&#8217;opposizione più forte venne dagli ambienti religiosi, che però si arresero di fronte alla constatazione che il Giorno del Signore da occasione di festa si era ormai trasformato in un abisso di depressione. Non ci volle molto per decidere che era meglio accorciare una settimana piuttosto che allungarla, anche se una settimana con sette giorni lavorativi avrebbe realizzato un antico sogno nel cassetto di Confindustria. In un primo tempo si pensò di eliminare giovedì e venerdì, ma poi cominciò a circolare l&#8217;idea che se si doveva eliminare un giorno era meglio togliere un lunedì. Dopo molte discussioni, più o meno accademiche, si decise per una settimana che iniziasse di martedì e finisse di giovedì, fissando la data in modo da togliere di mezzo anche un venerdì tredici.</div>
<div>Così venne il grande giorno e tutto si risolse in apocalittici ingorghi sulle autostrade all&#8217;andata, spiagge al cui confronto la Normandia il giorno dello sbarco sembrava un&#8217;oasi di pace e altri biblici ingorghi al ritorno. Al lunedì tutti in ufficio, facendo pernacchie a Giove Pluvio che non mancava di ricambiare con scrosci di pioggia. Ma l&#8217;incubo era finito, si prospettava un futuro di radiosi fine settimana e si facevano progetti per approfittare del ciclo regolare delle precipitazioni. Tutto sembrava andare per il meglio, tranne, ovviamente, che per i meteorologi, per i quali si dovette studiare un piano di ricollocamento in lavori socialmente utili.</div>
<div>Un tarlo però rodeva la mente degli scienziati: sarebbe durato? Si collegarono allora quarantotto colossali computer, si mise a punto la versione 3.0 del modello del professor Summersturm e si iniziò a cercare quali eventi avrebbero potuto turbare la comoda regolarità meteorologica.</div>
<div>La risposta fu rassicurante. Il regime che si era instaurato era incredibilmente stabile, a perturbarlo non sarebbe bastata la classica farfalla che battendo le ali a Tokio fa piovere a Parigi. “Per fare un esempio” dichiarò il professor Sommersturm durante un talk show, “non sarebbe sufficiente nemmeno che contemporaneamente il Krakatoa eruttasse, il ghiacciaio Perito Moreno precipitasse per intero in mare e tutti i gayser di Yellowstone spruzzassero all&#8217;unisono&#8221;.</div>
<div>In quel preciso istante il Krakatoa eruttò, il Perito Moreno precipitò, i gayser di Yellowstone spruzzarono. E una farfalla battè le ali a Tokyio.</div>
<div>I meteorologi furono richiamati precipitosamente in servizio.</div>
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		<title>Costanti scolastiche</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2016 08:06:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Una costante fisica è una grandezza fisica oppure un numero adimensionale che è universale in natura e indipendente dall&#8217;istante e dal luogo in cui viene misurata (costante di natura)”.
“Ci sono molte costanti in natura, molte delle quali sono riconducibili a combinazioni della costante di Planck ħ, la costante di gravitazione universale G, la velocità della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">“Una costante fisica è una grandezza fisica oppure un numero adimensionale che è universale in natura e indipendente dall&#8217;istante e dal luogo in cui viene misurata (costante di natura)”.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">“Ci sono molte costanti in natura, molte delle quali sono riconducibili a combinazioni della costante di Planck ħ, la costante di gravitazione universale G, la velocità della luce nel vuoto c, la costante dielettrica del vuoto ε0, e la carica elementare e”.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Così Wikipedia sulle costanti fisiche.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">A queste  se ne dovrebbe aggiungere un&#8217;altra: le diciotto ore degli insegnanti, grandezza invariabile, indipendente da come la si misuri.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Qualche esempio.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">C&#8217;è pure l&#8217;ora di ricevimento settimanale.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Le lezioni dovrai pure prepararle, devi aggiornarti. E poi devi anche tener dietro alle novità che vengono dal Ministero.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Poi ci sono i compiti. Vanno preparati, mica posso ridargli quello dell&#8217;anno scorso, che lo hanno comprato da quelli dell&#8217;anno prima. E poi se do questo compito alla classe che ho quest&#8217;anno, sai che macello. E arrivare a scuola almeno mezz&#8217;ora prima per fotocopiarlo e magari c&#8217;è la coda. E poi correggerlo. Anzi correggerli e aumentano sempre. Perché magari hai sempre tre classi, ma quando al Ministero alzano il numero degli alunni per classe mica ci pensano che gli alunni che devi seguire piano piano sono passati da sessanta a novanta. Anzi no, visto che a inizio carriera avevi tre classi e adesso ne hai cinque, sono passati da sessanta a centocinquanta.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">E poi ad un certo punto con l&#8217;aumento degli alunni non ce la fai più con le verifiche orali e passi ai test. Anche quelli da preparare, fotocopiare, correggere.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">In qualche materia tecnica in quinta si assegna qualche compito di un certo peso, ad esempio un progetto o un bilancio. Che richiede un bell&#8217;impegno agli studenti, ma anche agli insegnanti, per entrambe a volte finisce con l&#8217;impegnare una o più notti. Anche questi compiti crescono col numero degli studenti, finché un anno con l&#8217;assegnazione delle cattedre, ci si ritrova con due quinte da trenta e i lavori raddoppiano.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">E poi ci sono le riunioni: collegio docenti ordinari e straordinari, consigli di classe, riunioni per materie, programmazione, commissioni varie ed eventuali. Infine gli scrutini. Lo sapevate che per gli scrutini non c&#8217;è limita di tempo?</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Le riunioni si portano dietro i documenti. Programmi preventivi e consuntivi, programmazione, documento del 15 maggio, relazione sulla classe, relazione sul programma. E poi PEI, POF, PTOF e CPNHPNM (1). Alla fine  fare le medie e anche un giudizio per giustificare ogni voto, soprattutto quelli negativi. Dare indicazioni su cosa devono studiare i rimandati (come se non ci fosse il programma). Consegnare i compiti scritti impacchettati ed etichettati. E per ogni riunione un verbale che qualcuno dovrà pur fare.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Per non parlare delle piccole cose: “Passi in segreteria” “Passi dal preside” “C&#8217;è una circolare da firmare e da leggere” “Ho bisogno di parlarti per quell&#8217;alunno di terza”. E magari fare la fotocopia di un articolo interessante, sentire se il laboratorio è disponibile, concordare col tecnico un&#8217;esercitazione, prenotare gli audiovisivi (ma dov&#8217;è finita la bidella?).</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Se poi si parla di andare in gita siamo nel surreale. In pratica si è in servizio 24 ore su 24, gratis, con enormi responsabilità e c&#8217;è  pure caso di rimetterci dei soldi.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Ci sarebbe poi la questione dei tre mesi di ferie, altra costante. I quali, in alcuni casi, vanno dal 10 luglio al 20 agosto. Come questo sia possibile è tuttora oggetto di studio. In ogni caso potrebbe essere un ottimo spunto per una sceneggiatura di Christopher Nolan, autore di film di fantascienza basati sullo sfasamento temporale come “Inception” e “Interstellar”.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">(1) Chi Più Ne Ha Più Ne Metta</div>
<blockquote>
<div>“Una costante fisica è una grandezza fisica oppure un numero adimensionale che è universale in natura e indipendente dall&#8217;istante e dal luogo in cui viene misurata (costante di natura)”.</div>
<div>“Ci sono molte costanti in natura, molte delle quali sono riconducibili a combinazioni della costante di Planck ħ, la costante di gravitazione universale G, la velocità della luce nel vuoto c, la costante dielettrica del vuoto ε0, e la carica elementare e”.</div>
</blockquote>
<div>
<div id="attachment_1852" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.riccardoghinelli.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/2008-07_lug_05_003_P4.jpg"><img class="size-medium wp-image-1852" title="Esami di Maturità" src="http://www.riccardoghinelli.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/2008-07_lug_05_003_P4-300x225.jpg" alt="Esami" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Esami</p></div>
<p>Così Wikipedia sulle costanti fisiche.</p></div>
<div>A queste  se ne dovrebbe aggiungere un&#8217;altra: le diciotto ore degli insegnanti, grandezza invariabile, indipendente da come la si misuri.</div>
<div>Qualche esempio.</div>
<div>Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div>C&#8217;è pure l&#8217;ora di ricevimento settimanale.</div>
<div>Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div>Le lezioni dovrai pure prepararle, devi aggiornarti. E poi devi anche tener dietro alle novità che vengono dal Ministero.</div>
<div>Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div>Poi ci sono i compiti. Vanno preparati, mica posso ridargli quello dell&#8217;anno scorso, che lo hanno comprato da quelli dell&#8217;anno prima. E poi se do questo compito alla classe che ho quest&#8217;anno, sai che macello. E arrivare a scuola almeno mezz&#8217;ora prima per fotocopiarlo e magari c&#8217;è la coda. E poi correggerlo. Anzi correggerli e aumentano sempre. Perché magari hai sempre tre classi, ma quando al Ministero alzano il numero degli alunni per classe mica ci pensano che gli alunni da seguire piano piano sono passati da sessanta a novanta. Anzi no, visto che a inizio carriera avevi tre classi e adesso ne hai cinque, sono passati da sessanta a centocinquanta.</div>
<div>Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div>E poi ad un certo punto con l&#8217;aumento degli alunni non ce la fai più con le verifiche orali e passi ai test. Anche quelli da preparare, fotocopiare, correggere.</div>
<div>Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div>In qualche materia tecnica in quinta si assegna qualche compito di un certo peso, ad esempio un progetto o un bilancio. Che richiede un bell&#8217;impegno agli studenti, ma anche agli insegnanti, per entrambe a volte finisce con l&#8217;impegnare una o più notti. Anche questi compiti crescono col numero degli studenti, finché un anno con l&#8217;assegnazione delle cattedre, ci si ritrova con due quinte da trenta e i lavori raddoppiano.</div>
<div>Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div>E poi ci sono le riunioni: collegio docenti ordinari e straordinari, consigli di classe ordinari e straordinari, riunioni per materie, programmazione, commissioni varie ed eventuali. Infine gli scrutini. Lo sapevate che per gli scrutini non c&#8217;è limite di tempo?</div>
<div>Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div>Le riunioni si portano dietro i documenti. Programmi preventivi e consuntivi, programmazione, documento del 15 maggio, relazione sulla classe, relazione sul programma. E poi PEI, POF, PTOF e CPNHPNM (1). Alla fine  fare le medie e anche un giudizio per giustificare ogni voto, soprattutto quelli negativi. Dare indicazioni su cosa devono studiare i rimandati (come se non ci fosse il programma). Consegnare i compiti scritti impacchettati ed etichettati. E per ogni riunione c&#8217;è un verbale che qualcuno dovrà pur fare.</div>
<div>Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div>Per non parlare delle piccole cose: “Passi in segreteria” “Passi dal preside” “C&#8217;è una circolare da firmare e da leggere” “Ho bisogno di parlarti per quell&#8217;alunno di terza”. Fare la fotocopia di un articolo interessante, sentire se il laboratorio è disponibile, concordare col tecnico un&#8217;esercitazione, prenotare gli audiovisivi (ma dov&#8217;è finita la bidella?).</div>
<div>Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div>Se poi si parla di andare in gita siamo nel surreale. In pratica si è in servizio 24 ore su 24, gratis, con enormi responsabilità e c&#8217;è  pure caso di rimetterci dei soldi.</div>
<div>Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.</div>
<div>Ci sarebbe poi la questione dei tre mesi di ferie, altra costante. I tre mesi, in alcuni casi, vanno dal 10 luglio al 20 agosto. Come questo sia possibile è tuttora oggetto di studio. In ogni caso potrebbe essere un ottimo spunto per una sceneggiatura di Christopher Nolan, autore di film di fantascienza basati sullo sfasamento temporale come “Inception” e “Interstellar”.</div>
<div></div>
<div>(1) Chi Più Ne Ha Più Ne Metta</div>
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		<title>Petaloso, pensieri per una piccola parola</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2016 20:03:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sui social network è stato un giorno di follia. La parola petaloso ha cominciato a rimbalzare in rete e, dovunque sia arrivata, ha provocato reazioni divertite e divertenti. Legioni di creativi (me compreso) si sono cimentati con la nuova parola, chi scrivendo, chi disegnando, chi tirando fuori una foto dal&#8217;archivio. I giornalisti hanno indagato, i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1829" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.riccardoghinelli.it/blog/wp-content/uploads/2016/02/Petaloso.jpg"><img class="size-medium wp-image-1829" title="Fiore petaloso" src="http://www.riccardoghinelli.it/blog/wp-content/uploads/2016/02/Petaloso-300x196.jpg" alt="Fiore petaloso" width="300" height="196" /></a><p class="wp-caption-text">Il mio Tweet così come è apparso al Tg1 delle 20</p></div>
<p>Sui social network è stato un giorno di follia. La parola petaloso ha cominciato a rimbalzare in rete e, dovunque sia arrivata, ha provocato reazioni divertite e divertenti. Legioni di creativi (me compreso) si sono cimentati con la nuova parola, chi scrivendo, chi disegnando, chi tirando fuori una foto dal&#8217;archivio. I giornalisti hanno indagato, i pubblicitari hanno improvvisato slogan per dimostrare che i loro prodotti fossero petalosi.</p>
<p>La cosa merita qualche commento.</p>
<p>Vediamo come è nata.</p>
<p>Un bambino, Matteo, commette un errore: scrive un aggettivo che non esiste.</p>
<p>La maestra invece di guardare solo all&#8217;errore, commenta che l&#8217;errore è &#8220;bello&#8221; e valuta il compito positivamente.</p>
<p>La cosa poteva finire lì. Invece la maestra decide di consultare nientepopodimenoche l&#8217;Accademia della Crusca.</p>
<p>L&#8217;Accademia della Crusca risponde, rientra nei suoi compiti istituzionali. Lo fa con una bella lettera, in cui approfitta per spiegare a quei bambini come una parola entra a far parte del vocabolario.</p>
<p>La maestra decide che quella cosa non deve restare solo per la sua classe e condivide su un social network.</p>
<p>E qui &#8220;petaloso&#8221; esplode, diventa virale. Su Facebook il post viene condiviso, commentato, nascono altri post sull&#8217;argomento che a loro volta vengono condivisi. Su Twitter #petaloso entra nell&#8217;Olimpo degli hashtag di tendenza, Istagram fiorisce di immagini petalose. I giornalisti hanno indagato, i pubblicitari hanno improvvisato slogan per dimostrare che i prodotti dei loro clienti fossero petalosi.</p>
<p>Un gioco? Forse, ma alla parola &#8220;gioco&#8221; scatta un&#8217;associazione: chi conosce la teoria dei giochi potrebbe parlare di &#8220;gioco a somma non zero&#8221;. L&#8217;economia classica ci ha abituato ai giochi &#8220;a somma zero&#8221; dove se uno guadagna l&#8217;altro perde. Questo, invece, è un gioco dove molti hanno guadagnato senza che nessuno abbia perso. Certo, i guadagni di molti sono esprimibili soprattutto in termini di stima e autostima. Questo vale soprattutto per Matteo, per la maestra e per l&#8217;Accademia della Crusca, che ha avuto un guadagno di immagine non indifferente. Ma una notizia che rimbalza per il Web genera anche dei ritorni economici e le agenzie pubblicitarie non hanno certo lavorato gratis.</p>
<p>Il tutto è partito da gesti gratuiti: la maestra poteva chiudere lì, l&#8217;Accademia della Crusca poteva dare una risposta concisa e burocratica, di nuovo la maestra poteva tenere per sé la lettera di risposta. Invece hanno fatto qualcosa in più e ne hanno ricavato qualcosa per sè e per gli altri.</p>
<p>Un&#8217;altre considerazione. Da tempo, insieme ad altri, lavoriamo al progetto della &#8220;Scuola del Gratuito&#8221;. Fra le molte cose che diciamo che anche l&#8217;errore è positivo, è una occasione di imparare. Quale migliore esempio di questo?</p>
<p>Ma prima di noi ci aveva pensato Darwin. O meglio possiamo desumerlo dalla sintesi moderna che si fa tra teoria di Darwin e genetica. Pensateci un attimo: &#8220;petaloso&#8221; nell&#8217;ecosistema del Vocabolario esistente sarebbe un errore, così come lo sono le mutazioni. La lettera dell&#8217;Accademia si presta bene anche a spiegare come funzioni l&#8217;evoluzione: se la parola trova un ecosistema favorevole sopravviverà e potrà farne parte in permanenza.  Magari nel passato qualche altro bambino ha prodotto la stesa parola, ma non ha trovato l&#8217;ambiente favorevole: la maestra ha fatto un segno rosso e dato un voto in meno. Mentre scrivo apprendo che Michele Serra l&#8217;aveva già usata nel &#8216;91 su Panorama, evidentemente non era il posto giusto.  Per il momento l&#8217;ecosistema Web ha reagito molto bene. Non resta che aspettare e continuare ad usare questa simpatica parola.</p>
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		<title>Ma gli insegnanti lavorano già così</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2015 16:16:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Levata di scudi e polemiche alla dichiarazione del ministro Poletti secondo cui l&#8217;orario di lavoro è un parametro vecchio.
Chi lo ha salutato come innovatore, chi ha paventato il ritorno del cottimo.
Nessuno ha fatto notare che c&#8217;è una categoria che lavora già al di fuori del parametro dell&#8217;orario di lavoro: gli insegnanti.
Quando si parla del lavoro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1794" class="wp-caption alignright" style="width: 610px"><a href="http://www.riccardoghinelli.it/blog/wp-content/uploads/2015/12/2008-02_feb_22_026.jpg"><img class="size-full wp-image-1794" title="Laboratorio" src="http://www.riccardoghinelli.it/blog/wp-content/uploads/2015/12/2008-02_feb_22_026.jpg" alt="Laboratorio di affresco" width="600" height="402" /></a><p class="wp-caption-text">Laboratorio di affresco</p></div>
<p>Levata di scudi e polemiche alla dichiarazione del ministro Poletti secondo cui l&#8217;orario di lavoro è un parametro vecchio.<br />
Chi lo ha salutato come innovatore, chi ha paventato il ritorno del cottimo.<br />
Nessuno ha fatto notare che c&#8217;è una categoria che lavora già al di fuori del parametro dell&#8217;orario di lavoro: gli insegnanti.<br />
Quando si parla del lavoro degli insegnanti si parla sempre delle famose &#8220;diciotto ore&#8221;, senza approfondire il fatto che sono solo la misura della presenza in classe, non della loro quantità di lavoro. Questa dipende piuttosto dal numero di classi, di alunni per classe e dalla quantità di prove scritte da svolgere, ma di questo non si parla mai.<br />
Eppure andando a misurare il carico di lavoro secondo questi parametri si fanno scoperte interessanti.<br />
Ho <a title="new" href="http://www.riccardoghinelli.it/blog/?p=1516" target="_blank">provato a fare qualche calcolo</a> sulla cattedra di Agricoltura, Economia ed Estimo che ho occupato all&#8217;Istituto tecnico per Geometri, altri potrebbero fare altrettanto con risultati simili.<br />
Fra sedicenti riforme, tagli e pretese razionalizzazioni, in 36 anni le classi sono passate da 3 a 5, due terzi in più. Gli alunni da seguire, per effetto dell&#8217;aumento del numero massimo per classe, sono praticamente raddoppiati, passando da 60-75 a 120-150. L&#8217;aumento delle prove da correggere è stato più che proporzionale, dato che con classi numerose e spesso orari ridotti a due ore settimanali si è costretti ad effettuare test scritti per aver il secondo voto per l&#8217;orale. Sono aumentate le ore dedicate a programmazione e consigli di classe, come pure quelle necessarie per valutazioni intermedie e finali e stesura di documenti vari.</p>
<p>Forse valutare il lavoro su basi diverse dalle diciotto ore in aula per molti insegnanti potrebbe essere proprio conveniente.</p>
<p>Sicuramente, invece, conviene ai vari Governi continuare a far finta che gli insegnanti lavorino 18 ore.</p>
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