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Specchio antico

Specchio antico

Ora vediamo come in uno specchio antico (San Paolo)

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Uno sguardo al Paleolitico

In genere ci raffiguriamo gli Homo sapiens dell’età della pietra intenti a scambiarsi grugniti e comunicare a gesti. Proviamo a immaginarli mentre ragionano come uomini moderni e vediamo cos’è successo tanto tempo fa in un piccolo villaggio del Paleolitico inferiore.

Uomo del Paleolitico

Uomo del Paleolitico

- Hey Gwulf, hai sentito la novità di Fwugh?
- Chi, quel matto?
- Proprio lui.
- Cosa ha combinato stavolta?
- Sai quel fulmine che ha colpito il bosco che poi ha bruciato per una settimana? Beh, non è andato a curiosare quando ancora c’erano le fiamme in giro?
- Ha proprio una testa da Neanderthal quello lì! Andare a mettersi in pericolo così per niente.
- No, ma aspetta, non ho finito. Dice che ha preso su dei rami che ancora bruciavano e se li è portati al villaggio.
- Ma è proprio matto! Vuole farci bruciare tutti. Va bene che un ramo si spegne in poco tempo, ma intanto può attaccare l’incendio a qualcos’altro.
- Poco tempo un fico secco. Lui e i suoi figli sono lì che portano legna per alimentarlo e sono già tre giorni che brucia. Sta anche facendo prove strane: ha preso un ramo spento che però aveva la punta rossa e scottava, l’ha messo vicino all’erba secca e ci ha soffiato sopra. L’erba secca ha fatto una gran fiammata e il ramo ha ripreso a bruciare. Chi era lì si è preso una gran paura. Tutti a dire “Ma sei matto! Il fuoco si attaccherà all’erba secca e arriverà dappertutto” Ma lui dice che bastano un po’ di pietre per evitare l’incendio di quello che c’è intorno.
- Ma le pietre servono a ben altro! Con tutte le cose utili che si possono fare, lui le va a sprecare per i suoi giochini? Chi me lo dice a me che dopo un po’ di tempo le pietre non prendono fuoco anche quelle? Non si sa mai. Per cosa poi? Una roba inutile che fa solo dei danni!
- Ah, ma lui già comincia a dire come sarà bello quest’inverno scaldarsi attorno a un fuoco. Vuole addirittura portarselo dentro la capanna.
- Cosa? Ma è proprio matto! Non ci sono già le pellicce per stare caldi? E poi quando c’era l’incendio nel bosco l’aria era tutta grigia e bruciava la gola e gli occhi. Come pensa di stare bene in una capanna con tutta quell’aria grigia?
- Non lo sa bene neanche lui, ma dice che l’aria grigia va in alto e si potrebbe provare a fare un buco nel tetto per vedere se esce. Finora sua moglie gliel’ha impedito, ma qualcuno potrebbe provarci prima o poi.
- Qualcuno? Non mi dirai che c’è qualcuno che glia dà retta!
- Purtroppo pare di sì. Erano già tre o quattro lì a chiedere informazioni “Come si fa”? “Dai, proviamo a farne un altro” “Ma ci vuole molta legna”? E lui li ha incoraggiati, ne hanno acceso un secondo, così se si spegne un fuoco ce ne può essere un altro, diceva.
- Ah già, bisogna tenerlo acceso, ci vorrà qualcuno che lo bada. Con tutte le cose che ci sono da fare ci deve essere gente che invece di andare a caccia sta a raccogliere legna e buttarla sul fuoco? Tutto per una cosa inutile e pericolosa. Ma lo stregone non dice niente?
- Uhuuu, lo stregone! L’ha detto in tutti i modi che se gli Dei volevano il fuoco dentro il villaggio mandavano il fulmine qui e non nel bosco. Lo capiscono tutti, ma lui dice che se gli Dei ci hanno fatti curiosi un motivo ci sarà.
- Mamma mia! Mette anche in discussione quello che dice lo stregone, non c’è più religione, dove andremo a finire! E il capo villaggio sta zitto anche lui? Non si preoccupa di questa cosa che consuma risorse, ci mette in pericolo ed è totalmente inutile? Dai, facciamo un comitato e andiamo a protestare. Questa cosa del fuoco deve finire subito.

Leonardo letto da un prof di agricoltura

Quando si parla di Leonardo di solito si parte dalle spettacolari macchine del Codice Atlantico. Ma il genio id Leonardo era tanto multiforme che ha detto la sua anche in botanica e precisamente nel trattato sulla pittura. Questo passa inosservato perché di solito il trattato viene letto con gli occhi di un pittore.
Ma leggere la parte che riguarda gli alberi con alle spalle un laurea in Scienze agrarie porta a scoperte sorprendenti.
Vi si legge chiaramente il passaggio di Leonardo, evidenziato da Gombrich, da artista a scienziato: guardando alla natura per riprodurla, compie osservazioni rigorose di grande utilità per la Scienza.
Quando parla dei cerchi di accrescimento degli alberi si rende conto di entrare in un altro campo:

“I circoli de’ rami segati mostrano il numero dei loro anni e quali furono i più umidi o più secchi secondo la maggiore o minore loro grossezza. (omissis) e benché questo non serva alla pittura pure lo scriverò per lasciare men cose indietro degli alberi, che alla mia notizia sia possibile.”

Ci sono sorprendenti osservazioni di fisiologia vegetale, che tradotte in linguaggio moderno conservano la loro validità: sostituite “sugo” con “cambio libro-floematico” ed avrete una descrizione ancora abbastanza valida dell’accrescimento delle piante:

“L’accrescimento della grossezza delle piante è fatto del sugo, il quale si genera nel mese di aprile infra la camicia ed il legno di esso albero; ed in quel tempo essa camicia si converte in iscorza, e la scorza acquista nuove crepature nella profondità delle ordinarie crepature.”

Di solito gli studi sulla nutrizione vegetale vengono datati agli inizi del ‘600 e per le prime intuizioni del fatto che le piante traggano nutrimento dall’aria bisogna aspettare la fine del ‘700. Ma sentite cosa dice Leonardo in pieno ‘500:

“Il Sole dà spirito e vita alle piante: e la terra coll’umido la nutrisce. Intorno a questo caso io provai già a lasciare solamente una minima radice a una zucca, e quella tenevo nutrita con l’acqua; e tale zucca condusse a perfezione tutti i frutti che essa potè generare i quali furono circa sessanta zucche di quelle larghe.”

Un vero e proprio esperimento scientifico, nel quale si riconosce il ruolo della luce solare per la vita delle piante. La conclusione non è del tutto corretta: Leonardo osserva che la pianta trae nutrimento dall’aria, ma individua la rugiada come principio nutritivo. Solo alla fine del ‘700 si capirà che l’aria è una miscela di gas e nell’800 che è l’anidride carbonica la responsabile della crescita delle piante.

In ogni caso Leonardo giunge ad una conclusione corretta e la sintetizza in una frase di rara forza espressiva:

“La foglia è tetta ovvero poppa del ramo o dei frutti che nascon l’anno che viene”

Se si insegnasse alpinismo a Scuola…

Alpinistes Aiguille du Midi 03

Insegnante – Bene, interroghiamo. Rossi. Cos’è il nodo a otto ripassato.
Rossi – Dunque, il nodo a otto ripassato… detto anche inseguito… si fa come il nodo a otto… poi si rifà di nuovo… però si ripassa.
Insegnante – Tutto qui? Altro che ripassato, tu non l’hai neanche studiato (ride, solo lui). Bianchi, su, tu lo sai di sicuro.
Bianchi – L’otto ripassato, pur non avendo la necessità del contronodo, richiede tuttavia una particolare attenzione per la sua corretta esecuzione. Dopo avere eseguito il savoia classico (nodo a otto semplice), lasciando circa 1 metro e 20 cm di capo libero, si fa passare quest’ultimo in entrambi gli occhielli predisposti sull’imbragatura, quindi si porta il nodo a otto semplice vicino all’imbragatura e lo si “ripassa”, infilando il capo libero lungo le sue anse. Alla fine, l’asola che passa dentro l’imbragatura deve risultare chiusa dal nodo a otto ripassato. Per ragioni di sicurezza, è buona norma che il capo libero che fuoriesce dal nodo finito abbia una lunghezza di almeno 10 cm.
Insegnante- grazie Bianchi, del resto tu con l’otto hai una certa confidenza (sogghigna). Rossi hai sentito? Ma come pensi di cavartela in montagna senza sapere queste cose?
Rossi – Io in montagna ci vado solo d’inverno, a sciare. Non so cosa farmene di un nodo a otto ripassato.
Insegnante – Sempre a fare polemica, come se si dovesse sapere solo quello che serve nell’immediato.
Alunno – ma prof, perché non ci portate una volta a fare un’arrampicata?
Insegnante – Ancora con questa storia! Ve l’ho spiegato cento volte: a ottobre è già tardi, fino ad Aprile è freddo ed è troppo pericoloso. A maggio poi dobbiamo fare le verifiche di fine anno e quindi se volete andare in montagna vi ci fate portare d’estate dai vostri genitori. Sentiamo l’alpinismo: la conquista dell’Everest.
Rossi – L’Everest fu scalato per la prima volta da sir Edmund Hillary…
Insegnante – E Tentzing? Chi era Tenzing
Rossi – un extracomunitario?
Insegnante – Rossi! Non siamo a scuola per fare dello spirito! Non ci siamo e anche nelle esercitazioni sei una frana!
Rossi – Bella roba, che noia andare su e giù per il muro della palestra.
Insegnante – Sono esercizi indispensabili per arrampicare in parete.
Rossi – Sarà, ma tanto oggi con le funivie si arriva dappertutto.
Insegnante – Non proprio. E dato che con le funivie la gente finisce col salire in quota solo per strafogarsi di strudel nel rifugio proprio lì a due passi, hanno deciso di insegnare alpinismo a scuola per diffonderne la pratica. Ma vedo che con te è tempo perso. Vai a posto. Ma che hai fatto? Zoppichi?
Rossi – Beh… ecco, una storta mentre facevo Parkur.
Insegnante – Par… cosa?
Rossi – una cosa che si fa superando ostacoli, arrampicandosi… cose così.Se a scuola si in

Se a scuola si insegnasse alpinismo allo stesso modo in cui si insegna matematica, cosa accadrebbe? proviamo ad immaginarlo…

Insegnante – Bene, interroghiamo. Rossi. Cos’è il nodo a otto ripassato.

Rossi – Dunque, il nodo a otto ripassato… detto anche inseguito… si fa come il nodo a otto… poi si rifà di nuovo… però si ripassa.

Insegnante – Tutto qui? Altro che ripassato, tu non l’hai neanche studiato (ride, solo lui). Bianchi, su, tu lo sai di sicuro.

Bianchi – L’otto ripassato, pur non avendo la necessità del contronodo, richiede tuttavia una particolare attenzione per la sua corretta esecuzione. Dopo avere eseguito il savoia classico (nodo a otto semplice), lasciando circa 1 metro e 20 cm di capo libero, si fa passare quest’ultimo in entrambi gli occhielli predisposti sull’imbragatura, quindi si porta il nodo a otto semplice vicino all’imbragatura e lo si “ripassa”, infilando il capo libero lungo le sue anse. Alla fine, l’asola che passa dentro l’imbragatura deve risultare chiusa dal nodo a otto ripassato. Per ragioni di sicurezza, è buona norma che il capo libero che fuoriesce dal nodo finito abbia una lunghezza di almeno 10 cm. (1)

Insegnante - grazie Bianchi, del resto tu con l’otto hai una certa confidenza (sogghigna). Rossi hai sentito? Ma come pensi di cavartela in montagna senza sapere queste cose?

Rossi – Io in montagna ci vado solo d’inverno, a sciare. Non so cosa farmene di un nodo a otto ripassato.

Insegnante – Sempre a fare polemica, come se si dovesse sapere solo quello che serve nell’immediato.

Alunno – ma prof, perché non ci portate una volta a fare un’arrampicata?

Insegnante – Ancora con questa storia! Ve l’ho spiegato cento volte: a ottobre è già tardi, fino ad Aprile è freddo ed è troppo pericoloso. A maggio poi dobbiamo fare le verifiche di fine anno e quindi se volete andare in montagna vi ci fate portare d’estate dai vostri genitori. Sentiamo l’alpinismo: la conquista dell’Everest.

Rossi – L’Everest fu scalato per la prima volta da sir Edmund Hillary…

Insegnante – E Tentzing? Chi era Tenzing

Rossi – un extracomunitario?

Insegnante – Rossi! Non siamo a scuola per fare dello spirito! Non ci siamo e anche nelle esercitazioni sei una frana!

Rossi – Bella roba, che noia andare su e giù per il muro della palestra.

Insegnante – Sono esercizi indispensabili per arrampicare in parete.

Rossi – Sarà, ma tanto oggi con le funivie si arriva dappertutto.

Insegnante – Non proprio. E dato che con le funivie la gente finisce col salire in quota solo per strafogarsi di strudel nel rifugio proprio lì a due passi, hanno deciso di insegnare alpinismo a scuola per diffonderne la pratica. Ma vedo che con te è tempo perso. Vai a posto. Ma che hai fatto? Zoppichi?

Rossi – Beh… ecco, una storta mentre facevo Parkur.

Insegnante – Par… cosa?

Rossi – una cosa che si fa superando ostacoli, arrampicandosi… cose così.

(1) dalla relativa voce di Wikipedia

Indignati per Fazio?

L’indignazione per il compenso pattuito fra Rai e Fabio Fazio ha degli aspetti paradossali.

Fabio Fazio - da Wikipedia

Fabio Fazio - da Wikipedia

Facendo bene i conti il compenso è in linea con le leggi del mercato. La sua trasmissione ha gli ascolti più alti della Rai (escluso Sanremo e alcune partite di calcio) e gli sponsor pagano cifre tra i trentamila e i sessantamila Euro per quindici secondi di spot. Senza Fazio gli spot verrebbero venduti a cifre notevolmente inferiori. Se volete uno spot a “Porta a porta”, per dire, spendete intorno a diecimila Euro, se vi accontentate di Geo Magazine potete cavarvela con poco più di quattromila. Le trasmissioni di Fazio sono in attivo e quindi non pesano sul canone e vanno, semmai, ad alleggerirlo. Le leggi del mercato, o per meglio dire dell’economia liberista, permettono a un qualsiasi lavoratore di chiedere un compenso allineato a quanto fa guadagnare all’azienda per cui lavora e Fazio non ha fatto altro che questo. Uno stipendio uguale per tutti è previsto dall’economia comunista, ma ormai sono poche le aree del mondo dove venga effettivamente praticata. La Dottrina Sociale della Chiesa chiede a chiunque di restituire quanto riceve in più del necessario, ma, che io sappia, non ha forza di legge in nessun paese del mondo.

Certo, ai più il compenso appare sproporzionato, ma bisogna pensare che è anche autore, il suo lavoro è molto di più che condurre il programma e muove un grosso giro d’affari. Senza di lui probabilmente ci sarebbero diversi disoccupati in più.

Quello che a me sembra paradossale è che ad attaccarlo sia proprio quella destra che difende strenuamente il libero mercato e il profitto come diritto inalienabile. Mi spiace per loro, ma è proprio il libero mercato e la concorrenza che permettono, anzi causano, simili profitti. Penso male che in questo caso l’attacco a Fazio sia funzionale agli interessi di una TV concorrente che ha come proprietario proprio il leader politico della destra?

Comunque tutto bene non va. C’è una cosa che mi fa indignare.

Una parte dei proventi di Fazio andrà da una società privata (la Rai!) allo Stato sotto forma di tasse. Fabio Fazio, come del resto tutti gli altri divi televisivi, i calciatori e i supermanager, pagherà sulla parte più alta dei suoi profitti solo un 43% di IRPEF, mentre in altri paesi europei l’aliquota corrispondente va dal 45 al 60%. Inoltre sulla sua super villa (13 stanze, piscina, 7.000 mq di uliveti) non paga una lira di ICI, essendo prima casa. Questo è il vero scandalo, quello di uno Stato troppo benevolo con i ricchi. Ma su questo nessuno aizza il popolo, anzi, gli stessi detrattori di Fazio alzano alte grida sui poveri ricchi oppressi dalle tasse. E sono fra gli autori di questo sistema fiscale.

Ho visto…

Sto lavorando su dispense di don Oreste di metà degli anni ‘50. Uno dei temi che mi piacerebbe sviluppare è quello del suo stile di scrittura. Ad esempio faceva un gran uso dell’iterazione, vale a dire la ripetizione di una parola o di una breve frase per dare forza e incisività al discorso. Ho trovato un brano che mi ha colpito per come espone, secondo me, il cuore del suo modo di avvicinarsi agli ultimi. Ma, in prima battuta, aveva attirato la mia attenzione un qualcosa nel linguaggio. Mi sono preso la libertà di dividerlo come se fosse una poesia.

Ho visto

un ragazzo povero, stracciato, disprezzato:

eppure quel ragazzo

ha un valore infinito.

Ho visto

un ragazzo che non vive in grazia,

chi lo vede

lo direbbe un disgraziato:

la sua bocca sembra una bocca dell’inferno,

eppure quel ragazzo

ha un valore infinito.

Ho visto

un ragazzo simpatico, bello, brillante

e tutti gli vanno dietro eppure nessuno lo ama

perché nessuno ha scoperto in lui

un valore infinito

Gli uomini

non sono divisi

in categorie di grandi e piccoli,

gli uomini

sono tutti

di un valore infinito.

Hanno un valore infinito

perché sono oggetto dell’amore di Dio:

Dio li ama, così come sono,

e tutto ciò

che è toccato dall’amore di Dio,

diventa prezioso,

e Dio li ama

tanto che non accetta come vero

l’amore dell’uomo verso di Lui

se non ha

come seconda faccia

l’amore al prossimo.

Ho visto” un incipit che a qualcuno ricorderà la canzone di Francesco Guccini “Dio è morto”. La canzone, come dichiarato più volte dal cantautore, gli fu ispirata da un poema di Allen Ginsberg, poeta della Beat Generation, “L’urlo”, che inizia per l’appunto con le parole “Ho visto le menti migliori della mia generazione…”.

Io sono uno che va a vedere su Wikipedia. La dispensa è databile con una certa sicurezza nei primi mesi del 1957, gennaio o febbraio (questo su Wikipedia non c’era). “L’urlo” fu letto per la prima volta in pubblico nel 1955 e pubblicato in un libro in America nel 1956. La traduzione italiana fu pubblicata nel 1965.

Cosa pensare? Don Oreste era così attento all’attualità culturale da conoscere un recentissimo prodotto dell’avanguardia culturale americana che aveva suscitato un forte scalpore, ma non era ancora stato tradotto? Una pura, ma impressionante coincidenza? Davvero non so cosa pensare.

Continuità didattica? Cos’era?

Scusate il titolo volutamente provocatorio, ma è una reazione alla notizia che il ministro Fedeli vuole ripristinare la continuità didattica intervenendo sul contratto degli insegnanti. Alla domanda di un giornalista “Non ha appena cancellato la norma della riforma che prevedeva che i prof stessero tre anni nella stessa scuola?” ha risposto come se la domanda fosse pertinente “Solo per chi si è spostato quest’anno. – ha precisato il ministro – Vorrei dal prossimo settembre che gli studenti trovassero i loro insegnanti in cattedra e possibilmente per tre anni. La continuità va incentivata”.

Quindi il Ministro pensa che la colpa della mancata continuità didattica sia dei trasferimenti degli insegnanti e il problema si risolverà tenendoli fermi per tre anni nello stesso posto? Si sbaglia, signora Ministro. Se un insegnante rimane tre anni (o quattro, cinque o dodici…) nella stessa scuola i suoi alunni correranno comunque il rischio di vederlo sparire dopo un solo anno e lui di dover prendere in carico ogni volta classi completamente nuove.

La continuità didattica nella scuola italiana, una volta c’era. Ma non è sparita perché gl’insegnanti si sono messi improvvisamente a chiedere trasferimenti come se non ci fosse un domani. Non c’è più dal 2003 perché il Ministro Moratti, presa forse da un impeto di giustizia ma più probabilmente da più concrete esigenze di cassa, decise di far sparire le “cattedre orario”, cioè quelle con orario inferiore alle diciotto ore. Queste cattedre erano state previste dalla riforma Gentile proprio per garantire la continuità didattica: Se l’insegnamento di una materia in un corso prevedeva un numero di ore inferiore a 18 (ad esempio 16)  le restanti rimanevano a disposizione della scuola senza essere impiegate in classe. Portare tutte le classi a 18 ore voleva dire andare a pescare nel monte ore di un altro insegnante, il quale a sua volta prendeva le ore da un altro corso e così via. Con la conseguenza di attivare ogni anno combinazioni diverse ed anche di spezzettare gli insegnamenti, dividendo, ad esempio, italiano da storia. A suo tempo ho fatto un’analisi più approfondita delle conseguenze in un articolo per Fuoriregistro ed è stato tutto confermato dall’esperienza.

Quindi, signora Ministro, se vuole ripristinare quella bella e sacrosanta cosa che era la continuità didattica, lasci perdere i trasferimenti degli insegnanti e ripristini invece le cattedre orario.

Nel caso voglia farlo, le auguro buona fortuna.

Invece di…

Senza dimora

Senza dimora

Dopo la morte per il freddo di alcune persone senza fissa dimora sui social network girano messaggi del tipo “ospitano i clandestini e lasciano morire di freddo gli italiani”.

Chi scrive certe cose non ha la minima conoscenza di come funziona l’accoglienza. Le grandi organizzazioni che oggi si occupano di migranti (Caritas, Comunità Papa Giovanni XXIII, Sant’Egidio solo per citarne alcune) si prendono cura “anche” (e non invece) delle persone senza dimora. Questo lavoro va avanti da molto tempo, per qualcuno da sempre. È un’azione che si svolge nel silenzio, fatta di lunghi giri nella notte per convincere persone che hanno scelto la solitudine e l’isolamento ad accettare un posto in un dormitorio affollato.

Ma le azioni costanti e silenziose non fanno notizia e i “leoni da tastiera” questo non lo sanno.

Un Presepe per unire e non per dividere

PresepeDa molti anni ormai gestisco il Concorso Presepi della Diocesi di Rimini. Ho imparato molto su questa bella forma d’arte popolare e soprattutto ho imparato ad amarla, attraverso la cura e la passione che tante persone mettono in questo appuntamento annuale.

Per questa ragione soffro nel vedere le diatribe sulla presenza dl Presepe nelle scuole.
Ovvio che succeda quando viene rifiutato per un malinteso rispetto verso altre religioni.

Meno ovvio il disagio che provo nel vedere sui social network i post che invitano a fare il Presepe “per difendere la nostra civiltà”. Come si facesse il Presepe contro qualcuno, cercando di occupare spazi invece di avviare processi, il contrario di quello che ci invita a fare il nostro Papa Francesco. Usiamo invece il Presepe per iniziare un processo di unità, come sta facendo da tempo la Caritas della Diocesi di Rimini con la sua mostra annuale dei Presepi nel Mondo.

E nelle scuole prendiamo l’occasione del Presepe per parlare, o far parlare qualcuno, di quel Bambino Ebreo, divenuto Messia dei Cristiani e penultimo profeta dei Musulmani. Venuto in terra per portare la Pace a tutti gli uomini di buona volontà.

Questo non è un post sul referendum

SchedaAvevo dei criteri per giudicare la bontà degli interventi nel dibattito politico. Ho un debole per le argomentazioni vere, quelle che affrontano il nocciolo del problema, che vanno al punto.

Non sopporto invece i mezzucci, le false argomentazioni, quelle che non affrontano il problema, che cercano un diversivo.

Faccio alcuni esempi.

Cominciamo dal delegittimare l’avversario. Non si parla del tema, si dice che chi è contro non vuole il progresso, fa gli interessi delle lobby, è legato a vecchi schemi e così via. il tutto senza nessuna giustificazione. Questo metodo ha anche delle varianti, come quello di appioppare etichette o, peggio, nomignoli. Si etichetta l’avversario con qualche appellativo che gli resta appiccicato. Facile bollare l’altro come fascista o comunista chiunque esprima idee appena appena dissonanti dalla propria ortodossia. Ma bisogna pure avere un po’ di fantasia per farsi notare. Così l’avversario diventa boiardo, gufo, servo. Se ne deforma il nome, che diventa pregiudizio, marchio d’infamia: la riforma diventa “schiforma”, “Il Fatto quotidiano” diventa “Fattone quotidiano”.

All’estremo c’è quella che viene chiamata ironicamente la “Reductio ad Hitlerum”: l’avversario viene paragonato ad Hitler, Stalin o altri personaggi repellenti in modo da applicare a lui tutta una serie di pregiudizi.

Per difendere le proprie azioni sbagliate se ne evocano altre dell’avversario per stabilire che lui non è migliore, non importa la gravità dell’azione. Non importa se questo finisce col distruggere la morale, non c’è un punto di riferimento, basta dimostrare che “gli altri” non sono meglio dei “nostri”. Il male dei “nostri” diventa lecito attraverso il male degli “altri”.

Ho sempre osservato il dibattito politico tenendo conto del criterio della qualità delle argomentazioni che non è stato criterio determinante, ma è servito a confermare scelte fatte su considerazioni ben più consistenti.

Ma adesso il livello del dibattito si sta appiattendo verso il basso in maniera impressionante, i leader degli schieramenti sembrano fare a gara a chi fa peggio. Sempre meno politici argomentano le loro affermazioni, sempre più ricorrono all’attacco all’avversario. Se ho deciso di non partecipare attivamente alla campagna referendaria è anche per non rischiare di venire associato a personaggi dell’una o dell’altra parte di cui non ho alcuna stima.

Su questo fronte le cose vanno sempre peggio.  E  per cambiarle non basterà un sì. E nemmeno un no.

“Non può piovere sempre”

In principio sembrò una coincidenza che si protraeva un po’ troppo. Non ci volle molto tempo perché si cominciasse ad associare la cosa ai film di Fantozzi e a scherzare sulla puntualità della “nuvola da impiegati”. Ma naturalmente era uno scherzo. Però il fatto è che da molti mesi ormai, con troppa regolarità, durante i week-end in Italia pioveva. Da così tanto tempo che quando un bagnino di Cesenatico si suicidò, subito i giornali diedero la colpa all’andamento meteorologico, senza considerare il fatto che nel giro di tre giorni la moglie lo aveva piantato, l’amante era fuggita con un bidello delle medie e un corto circuito aveva fuso in un unico blocco la sua collezione di CD di Shakira.
Per un bel po’ di tempo si andò avanti fra ironie, rabbia e rassicurazioni degli esperti che rassomigliavano molto allo slogan di un vecchio film “Non può piovere sempre”. Al quale il popolo rispondeva amaramente “Infatti da lunedì a venerdì non piove”.
Il tempo ormai si misurava in anni, quando un anziano docente dell’Università di Tubinga, il professor Warmer Sommersturm, annunciò di avere la spiegazione del fenomeno. Chiese innanzitutto scusa per avere craccato una dozzina di centri di calcolo fra i più potenti al mondo, ma era necessario per far funzionare il più complesso modello meteo mai realizzato. Con questo modello era riuscito a mettere in relazione altre strane regolarità che si erano verificate qua e là nel mondo, come ad esempio la tromba d’aria su Timbuctù ogni dieci giorni, le grandinate del giovedì sul delta dell’Okawango e il temporale che arrivava ogni terzo mercoledì del mese sul lago Titicaca alle quindici e trentasette. I mutamenti climatici avevano creato localmente una serie di cicli regolari che a loro volta si combinavano in vario modo dando origine a comportamenti che si ripetevano con diverse periodicità. Fra questi, appunto, le piogge di fine settimana sull’Italia. Naturalmente non fu creduto. La reazione più seria fu quella di un noto sito di previsioni meteo che mise in rete un referendum per decidere se il fenomeno si dovesse chiamare “Signora Pina”, “Mariangela” o “Signorina Silvani”.
Per fortuna nelle Università non mancano i curiosi, anzi si potrebbe dire che è il loro ambiente naturale. Un giovane ricercatore del politecnico di Lahore si prese la briga di mettere in rete ventiquattro grossi computer, in maniera più o meno legale. Sviluppò ulteriormente il modello del professor Sommersturm e riuscì a confermare la sua teoria. Nel frattempo altri avevano provato a smentire l’ipotesi, ma senza successo. Così la teoria del professor Sommersturm attraversò le ben note quattro fasi che ogni nuova teoria scientifica deve affrontare:
“È una sciocchezza”
“Potrebbe essere vero”
“Non c’è niente di nuovo”
“L’avevo detto prima io”.
Alla fase quattro si cominciarono a cercare soluzioni. Nelle varie parti del Mondo le popolazioni si erano ormai adattare alla nuova situazione con piccoli o grandi aggiustamenti. Nel complesso, piano piano, la gente si stava abituando alla regolarità climatica ed anzi in molti casi si era trovato il modo di trarre profitto dalla prevedibilità dei fenomeni.
Solo la situazione dell’Italia appariva critica ed allora si pensò alla soluzione più logica: spostare la domenica. Chiaramente l’opposizione più forte venne dagli ambienti religiosi, che però si arresero di fronte alla constatazione che il Giorno del Signore da occasione di festa si era ormai trasformato in un abisso di depressione. Non ci volle molto per decidere che era meglio accorciare una settimana piuttosto che allungarla. In un primo tempo si pensò di eliminare giovedì e venerdì, ma poi cominciò a circolare l’idea che se si doveva eliminare un giorno era meglio togliere un lunedì. Dopo molte discussioni, più o meno accademiche, si decise per una settimana che iniziasse di martedì e finisse di giovedì, fissando la data in modo da togliere di mezzo anche un venerdì tredici.
Così venne il grande giorno e tutto si risolse in apocalittici ingorghi sulle autostrade all’andata, indescrivibili affollamenti sulle spiagge, anche le più sperdute, e altri colossali ingorghi al ritorno. Al lunedì tutti in ufficio, facendo pernacchie a Giove Pluvio che non mancava di ricambiare con scrosci di pioggia. Ma l’incubo era finito e si prospettava un futuro di radiosi fine settimana e si facevano progetti per approfittare del ciclo regolare delle precipitazioni. Tutto sembrava andare per il meglio, tranne, ovviamente, che per i meteorologi, per i quali si dovette studiare un piano di ricollocamento in lavori socialmente utili.
Un tarlo però rodeva la mente degli scienziati: sarebbe durato? Si collegarono allora quarantotto colossali computer, si mise a punto la versione 3.0 del modello del professor Summersturm e si iniziò a cercare quali eventi avrebbero potuto turbare la comoda regolarità meteorologica.
La risposta fu rassicurante. Il regime che si era instaurato era incredibilmente stabile, a perturbarlo non sarebbe bastata la classica farfalla che battendo le ali a Tokio fa piovere a Parigi. “Per fare un esempio” dichiarò il professor Sommersturm durante un talk show, “non sarebbe sufficiente nemmeno che contemporaneamente il Krakatoa eruttasse, il ghiacciaio Perito Moreno precipitasse per intero in mare e tutti i gayser di Yellowstone spruzzassero all’unisono.
In quel preciso istante il Krakatoa eruttò, il Perito Moreno precipitò, i gayser di Yellowstone spruzzarono. E una farfalla battè le ali a Tokyio.
Piove

Piove

In principio sembrò una coincidenza che si protraeva un po’ troppo. Non ci volle molto tempo perché si cominciasse ad associare la cosa ai film di Fantozzi e a scherzare sulla puntualità della “nuvola da impiegati”. Ma naturalmente era uno scherzo. Però il fatto è che da molti mesi ormai, con troppa regolarità, durante i week-end in Italia pioveva. Da così tanto tempo che quando un bagnino di Cesenatico si suicidò, subito i giornali diedero la colpa all’andamento meteorologico, senza considerare il fatto che nel giro di tre giorni la moglie lo aveva piantato, l’amante era fuggita con un bidello delle medie e un corto circuito aveva fuso in un unico blocco la sua collezione di CD di Shakira.

Per un bel po’ di tempo si andò avanti fra ironie, rabbia e rassicurazioni degli esperti che rassomigliavano molto allo slogan di un vecchio film “Non può piovere sempre”. Al quale il popolo rispondeva amaramente “Infatti da lunedì a venerdì non piove”.
Il tempo ormai si misurava in anni, quando un anziano docente dell’Università di Tubinga, il professor Warmer Sommersturm, annunciò di avere la spiegazione del fenomeno. Chiese innanzitutto scusa per avere craccato una dozzina di centri di calcolo fra i più potenti al mondo, ma era necessario per far funzionare il più complesso modello meteo mai realizzato. Con questo modello era riuscito a mettere in relazione altre strane regolarità che si erano verificate qua e là nel mondo, come ad esempio la tromba d’aria su Timbuctù ogni dieci giorni, le grandinate del giovedì sul delta dell’Okawango e il temporale che arrivava ogni terzo mercoledì del mese sul lago Titicaca alle quindici e trentasette. I mutamenti climatici avevano creato localmente una serie di cicli regolari che a loro volta si combinavano in vario modo dando origine a comportamenti che si ripetevano con diverse periodicità. Fra questi, appunto, le piogge di fine settimana sull’Italia. Naturalmente non fu creduto. La reazione più seria fu quella di un noto sito di previsioni meteo che mise in rete un referendum per decidere se il fenomeno si dovesse chiamare “Signora Pina”, “Mariangela” o “Signorina Silvani”.
Per fortuna nelle Università non mancano i curiosi, anzi si potrebbe dire che è il loro ambiente naturale. Un giovane ricercatore del politecnico di Lahore si prese la briga di mettere in rete ventiquattro grossi computer, in maniera più o meno legale. Sviluppò ulteriormente il modello del professor Sommersturm e riuscì a confermare la sua teoria. Nel frattempo altri avevano provato a smentire l’ipotesi, ma senza successo. Così la teoria del professor Sommersturm attraversò le ben note quattro fasi che ogni nuova teoria scientifica deve affrontare:
“È una sciocchezza”
“Potrebbe essere vero”
“Non c’è niente di nuovo”
“L’avevo detto prima io”.
Alla fase quattro si cominciarono a cercare soluzioni. Nelle varie parti del Mondo le popolazioni si erano ormai adattare alla nuova situazione con piccoli o grandi aggiustamenti. Nel complesso, piano piano, la gente si stava abituando alla regolarità climatica ed anzi in molti casi si era trovato il modo di trarre profitto dalla prevedibilità dei fenomeni.
Solo la situazione dell’Italia appariva critica ed allora si pensò alla soluzione più logica: spostare la domenica. Chiaramente l’opposizione più forte venne dagli ambienti religiosi, che però si arresero di fronte alla constatazione che il Giorno del Signore da occasione di festa si era ormai trasformato in un abisso di depressione. Non ci volle molto per decidere che era meglio accorciare una settimana piuttosto che allungarla, anche se una settimana con sette giorni lavorativi avrebbe realizzato un antico sogno nel cassetto di Confindustria. In un primo tempo si pensò di eliminare giovedì e venerdì, ma poi cominciò a circolare l’idea che se si doveva eliminare un giorno era meglio togliere un lunedì. Dopo molte discussioni, più o meno accademiche, si decise per una settimana che iniziasse di martedì e finisse di giovedì, fissando la data in modo da togliere di mezzo anche un venerdì tredici.
Così venne il grande giorno e tutto si risolse in apocalittici ingorghi sulle autostrade all’andata, spiagge al cui confronto la Normandia il giorno dello sbarco sembrava un’oasi di pace e altri biblici ingorghi al ritorno. Al lunedì tutti in ufficio, facendo pernacchie a Giove Pluvio che non mancava di ricambiare con scrosci di pioggia. Ma l’incubo era finito, si prospettava un futuro di radiosi fine settimana e si facevano progetti per approfittare del ciclo regolare delle precipitazioni. Tutto sembrava andare per il meglio, tranne, ovviamente, che per i meteorologi, per i quali si dovette studiare un piano di ricollocamento in lavori socialmente utili.
Un tarlo però rodeva la mente degli scienziati: sarebbe durato? Si collegarono allora quarantotto colossali computer, si mise a punto la versione 3.0 del modello del professor Summersturm e si iniziò a cercare quali eventi avrebbero potuto turbare la comoda regolarità meteorologica.
La risposta fu rassicurante. Il regime che si era instaurato era incredibilmente stabile, a perturbarlo non sarebbe bastata la classica farfalla che battendo le ali a Tokio fa piovere a Parigi. “Per fare un esempio” dichiarò il professor Sommersturm durante un talk show, “non sarebbe sufficiente nemmeno che contemporaneamente il Krakatoa eruttasse, il ghiacciaio Perito Moreno precipitasse per intero in mare e tutti i gayser di Yellowstone spruzzassero all’unisono”.
In quel preciso istante il Krakatoa eruttò, il Perito Moreno precipitò, i gayser di Yellowstone spruzzarono. E una farfalla battè le ali a Tokyio.
I meteorologi furono richiamati precipitosamente in servizio.