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Specchio antico

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Ora vediamo come in uno specchio antico (San Paolo)

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Nevicate e semantica

Giovani di Pennabilli (RN)

Giovani di Pennabilli (RN) dove la neve ha oltrepassato i due metri

Probabilmente a proposito della Grande Emergenza neve si diranno tante cose, ma si parlerà poco di semantica, che tanto ha contribuito al caos di Roma.
Sapete tutti che la semantica si occupa di linguaggi e comunicazione. Avrete visto tutti Alemanno adirato perché gli avevano segnalato 35 millimetri di neve
e il capo della Protezione Civile Gabrielli rispondergli che egli avevano correttamente segnalato le precipitazioni in mm di acqua secondo le norme internazionali.
Gabrielli avrà le sue buone ragioni, la sua comunicazione (l’ha mostrata in televisione) era fatta con tutti i crismi dell’ufficialità e secondo le convenzioni internazionali. E anche secondo gli usi della burocrazia Italiana. La quale, purtroppo, poco si cura se le sue comunicazioni sono comprensibili al destinatario. Quanto dovuto è stato comunicato e tanto basta, poco importa se occultato dietro un’oscura sigla.
Alemanno, a dire il vero, è laureato in Ingegneria per l’ambiente e il territorio, dovrebbe aver masticato almeno quel po’ di meteorologia (una branca dell’ecologia, per chi non lo sapesse) che serve per sapere che un centimetro di neve corrisponde alla preciptazione di millimetro di acqua. Quindi doveva aspettarsi 35 centimetri (e non millimetri) di neve. Ma una comunicazione diretta a un sindaco si dovrebbe tenere presente che dall’altra parte può esserci un medico, un avvocato o anche un ragioniere. E che un sindaco preoccupato per la neve si a spetta dei centimetri di neve e non millimetri di pioggia.
Quindi, se si vuole un’utile lezione da questi disagi, occorrerà parlare anche di semantica.
Ma sono sicuro che sarà l’ultima delle preoccupazioni di chi commenterà queste giornate romane. Troveranno più interessante sottolineare l’inefficienza della giunta capitolina oppure dire che quando c’era Bertolaso gli spazzaneve arrivavano in orario e che non c’è più la Protezione Civile di una volta.
La quale Protezione Civile, detto per inciso, nell’entroterra riminese sommerso da un nevone di portata storica, sta facendo un ottimo lavoro.

Articolo 18: verità goebbelsiana?

Quello che si dice sull’articolo 18, mi sembra una di quelle cose che diventano verità solo per il fatto di essere state ripetute infinite volte. Come insegnava Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich.
Eppure basterebbe farsi poche domande.
Si afferma che ci sono imprenditori che rinunciano ad espandere l’azienda per timore di non poter poi licenziare.
Ma quanti sono questi imprenditori? E specifico: quanti sono questi imprenditori che hanno un’azienda di quindici dipendenti, operano in un settore in espansione e non assumono per timore di non poter licenziare un lavoratore senza una motivazione valida? Sono così tanti da provocare un sostanziale aumento del PIL nel caso venga abolito il babau dell’articolo 18?
E soprattutto, abbiamo bisogno di questi imprenditori? Se un settore è in espansione, qualcun altro comunque amplierà la produzione e assumerà lavoratori. L’articolo 18 avrebbe allora un pregio: selezionare una classe di imprenditori che non sente il bisogno di licenziare lavoratori senza motivi o per motivi discriminatori. Perché è questo che l’articolo 18 realmente vuole impedire: licenziamenti immotivati o discriminatori.
Imprenditori, insomma, che rispettano i lavoratori e, in definitiva, le persone.
Di questi, abbiamo bisogno.

Come in Germania…

Gira su Facebook un appello che dice più o meno “Dite che dobbiamo alzare l’età pensionabile perché in Europa tutti lo fanno. Bene, ma vorremmo anche che  i politici disonesti si dimettessero, perché in Europa tutti lo fanno…”

Il pezzo poi prosegue portando ad esempio altre cose che succedono in Europa e che vorremmo succedessero anche da noi in Italia. In particolare parla della Germania, dove le autostrade son gratuite e succedono tante altre belle cose.

Sono d’accordo su tutto. Ci sono tante cose che vorrei andassero come in Germania. E già che ci sono ne elenco altre, che ho saputo dai giornali  o notato nei viaggi in quel paese.

Municipio id Amburgo. Non c'era nessun cartello che lo vietasse

Municipio di Amburgo. Non c'era nessun cartello che lo vietasse

Vorrei che, come in Germania, in tutti i negozi ti dessero lo scontrino e che l’evasione fiscale fosse il 40% di quella che è attualmente in Italia.

Vorrei che, come in Germania, non ci fosse bisogno di lunghe file di divieti nei parchi, visto che la gente sa come comportarsi.

Vorrei che, come in Germania, quando il Comune dà il permesso di costruire una capanna di 10mq in riva al lago, i cittadini costruissero un’ordinata casettina di 10mq (ne ho viste) e non 14mq e una veranda di 16mq (che poi si chiude), un capanno per attrezzi sul retro, si va su col tetto di un piano e si fa un balcone e poi la cuccia e una tettoia per la macchina e una per il motorino. Tanto per incominciare.

Vorrei che, come in Germania, con il permesso per una manutenzione straordinaria si facesse la manutenzione straordinaria e non uno o due piani di sopraelevazione.

Vorrei che i concetti di “condono edilizio” e “condono fiscale” manco esistessero, al punto che spiegarli a un tedesco è quasi impossibile o almeno ci vuole un sacco di tempo.

Vorrei che, come in Germania, quando serve il limite di velocità dei 50 si mettesse il limite dei 50. E tutti vanno ai 50. E non un limite dei 30 dove serve quello dei 50 e poi la gente va ai 50, a meno che non ci sia l’autovelox in vista, perché tanto si sa che se hanno messo i 30 il limite giusto sarebbe quello dei 50.

Vorrei che, come in Germania, quando ti presenti sulle strisce pedonali ci fosse un’auto pronta lì, ferma per farti passare. Di solito adesso il tedesco al volante ti guarda un po’ strano, perché, come fai in Italia, intanto ti sei solo affacciato per vedere se prima o poi il traffico si dirada e tu puoi passare e invece lui si aspetta che passi, senza indugi.

Vorrei che, come in Germania, per impedire l’ingresso nei parchi degli scooter fosse sufficiente un cartello e non fossero necessari ingressi a labirinto che costringono i ciclisti non acrobati a scendere.

Vorrei che, come in Germania, una bicicletta disegnata per terra venisse interpretata come “Pista ciclabile” e non “Parcheggio per auto con le quattro frecce”.

I tedeschi non hanno nulla da imparare da noi? Beh, ad esempio, potrebbero evitare di mettere il ketchup sulla pizza. E forse, se ci penso un po’ , mi vengono in mente anche altre cose.

I costi della casta

Costo del Parlamento per abitante

Costo del Parlamento per abitante

Ieri sera Mentana al Tg di La7 ha presentato uno studio fatto da un’organizzazione indipendente brasiliana dove si evidenziava che in Italia il costo del Parlamento per abitante in Italia è, in termini assoluti, il più alto fra i paesi presi in considerazione. Anche se poi lo stesso studio evidenzia che rapportando il costo allo stipendio (e quindi al tenore di vita) il Brasile balza al primo posto e l’Italia perde qualche posizione, resta il fatto che il costo del Parlamento Italiano è di gran lunga il più alto in Europa, lasciando indietro anche gli Stati Uniti.

Rapporto col salario minimo

Rapporto col salario minimo

Ridurre i costi della rappresentanza politica è dunque doveroso e urgente , proprio adesso che si richiedono sacrifici al paese. Ma non illudiamoci che risolva chissà quali problemi. Nel rapporto si dice che il costo del Parlamento per abitante è intorno a ventisei Euro per abitante. Il che significa che dimezzando la spesa otterremmo un beneficio che si può equiparare a poco più di una pizza e birra all’anno o, se preferite, un cappuccino al mese. I sacrifici richiesti agli Italiani sono di ben altro ordine di grandezza.

Questo non significa che ridurre i costi della rappresentanza politica sia inutile: deve essere fatto per dare un chiaro segnale al Paese.

Ma sui costi della politica ha ragione Monti: i veri costi sono quelli delle spese clientelari e delle leggi fatte nell’interesse delle lobby.

Ma su questo anche parecchi elettori che votano in funzione proprio di questi interessi particolari dovrebbero fare un esame di coscienza. Ed è per questo che sono diffidente nei confronti di questa campagna sui “costi dalla politica” che se la prende (giustamente) coi privilegi dei parlamentari e tace sugli sprechi e i privilegi che gli elettori chiedono ai parlamentari di approvare.

Google Adsense

Questo è uno screenshot della pubblicità

Questo è uno screenshot della pubblicità, ma il link vi porta comunque alla pagina dove potete acquistare il libro on-line, se non l'avete già fatto

Lì per lì è stata un’emozione: il Mio Libro pubblicizzato su You Tube e su “Informare per resistere”.

Stavo guardando un video e a lato ho visto un avviso pubblicitario su cui giravano copertine di libri, e fra questi appare proprio il Mio Libro: “Un incontro simpatico“, fra l’altro (meraviglia!) fra quelli di Fabio Volo e Sophie Kinsella. In più all’interno della pubblicità della “Libreria Cattolica” su un sito che cattolico non sembrava proprio, anzi.

Poi la pubblicità salta fuori (questa volta “Libreria Universitaria”) sul sito “Nikon rumors” che si occupa di indiscrezioni sull’attrezzatura fotografica.

Cliccando in un angolino scopro che gli annunci sono quelli di Google Adsense e lì si chiarisce l’arcano: i siti hanno accettato il servizio di Google, che inserisce pubblicità scelte sulla base delle ricerche e delle preferenze del visitatore. Quindi, poiché nei giorni precedenti avevo cercato nel web per vedere se i miei sforzi di farmi un po’ di pubblicità avevano qualche rilievo, Google ha diligentemente registrato che quel libro mi interessa. Deduzione corretta, se non fosse per il fatto che non sono interessato come lettore, ma come autore.

Tanta tecnologia, per poi far vedere a me, e forse solo a me,  la pubblicità del Mio Libro. Google Nonsense?

Ma il veleno rimane

Il veleno sparso a piene mani dalla Lega contro i disabili è rimasto attaccato alla Große Manöver di Monti.

Nel precedente post avevo sottolineato una differenza fra la presente manovra e le precedenti. Ora grazie ad un’analisi sul sito di Handylex mi sono reso conto che alcune cose, frutto della campagna leghista contro i pretesi “falsi invalidi”, sono in realtà filtrate nella nuova manovra.

La più evidente è la clausola di salvaguardia: tutti sanno che ci sarà l’aumento dell’IVA, pochi sono a conoscenza del fatto che scatterà solo se la riforma previdenziale (leggi: taglia alle pensioni d’invalidità) non darà i risparmi previsti.

La seconda cosa è contenuta nella riforma dell’ISEE, che, per chi non lo sapesse, è l’indice che tiene conto di reddito e del  patrimonio familiare e viene usato per assegnare determinati benefici assistenziali.

Ebbene ora se ne vuole estendere l’applicazione per assegnare altre previdenze, come gli assegni di cura, ed anche modificarne il calcolo.

Riguardo al primo punto la questione è delicata. Se ci vengono a dire che si potrebbero escludere dall’assegno il più ricchi forse potremmo anche essere d’accordo. Ma qual’è il limite? Non sarebbe la prima volta che si porta ad esempio il Megadirettore Galattico per poi colpire il Ragionir Fantozzi. In altre parole, se il limite fosse di centomila Euro si potrebbe essere d’accordo, se fosse a trentamila, no.  Solo che nel primo caso probabilmente i risparmi non sarebbero così elevati da giustificare il fatto di infrangere il principio che l’assegno o la pensione sono un diritto soggettivo.

Ma la parte decisamente inaccettabile è quella in cui si vorrebbe far rientrare nel calcolo dell’ISEE anche quelle somme esenti da Irpef e percepite a titolo di pensioni o assegni per invalidità. Si tratta di una palese assurdità: non sono redditi che provengono da lavoro, capitale o possesso di beni. Sono somme pagate a compensazione di svantaggi di cui la persona patisce.  Si potrebbe arrivare all’assurdo che fra due famiglie di pari reddito e patrimonio, una venga penalizzata, ad esempio, nell’assegnazione di un posto all’asilo nido perché la mamma è cieca e percepisce un assegno o una pensione.

È questo il frutto di una campagna ben orchestrata,  partita tempo fa ad opera del ministro Tremonti e della Lega, col pretesto dei falsi invalidi e lo scopo di risanare le casse dello Stato a spese dei più deboli.

Piccoli dettagli dalla Große Manöver

La manovra del governo Monti viene commentata un po’ da tutti e dire due parole sembra quasi un dovere.
Voglio però soffermarmi solo su un dettaglio, di cui non conosco l’esatta portata, ma che mi sembra si presti a un paio di considerazioni interessanti.
Questo governo ha tassato con un’imposta di bollo dell’ 1,5% i capitali rientrati dall’estero con il cosiddetto “scudo fiscale” e con i proventi ha finanziato l’adeguamento all’inflazione delle pensioni fino al doppio dell’importo minimo.
Questa misura, seppure di portata limitata, è l’esatto contrario di quanto si proponeva, su scala molto più grande, il precedente governo: abbassare di tre punti l’aliquota più alta dell’IRPEF a spese delle pensioni d’invalidità.
Seconda considerazione. Quasi tutti i commentatori hanno fatto notare che analoghi provvedimenti sul rientro dei capitali sono stati presi all’estero facendo pagare almeno il 20% invece del modesto 5% voluto dal precedente governo. La differenza è di quindici punti, dieci volte la tassa imposta dal governo Monti. Se con questo modesto prelievo si può finanziare un adeguamento delle pensioni minime, cosa si sarebbe potuto fare con uno scudo fiscale più consistente?

Hard disk, farfalle e portafoglio

Farfalla monarca (Zambia)

Farfalla monarca (Zambia)

Quando insegnavo Economia spiegavo come il sistema economico mondiale possa essere considerato uno di quelli che, per la sua complessità, rientrano nella “Teoria del caos”, la quale, per essere brevi, viene di solito spiegata con l’aforisma della farfalla: una farfalla che batte le ali a Parigi può far piovere a Tokio. Aggiungevo poi che ritenevo vera la cosa, visto che avevo la netta impressione che qualsiasi evento accadesse nel mondo (guerre, rivoluzioni, colpi di stato, dimissioni, nomination al Grande Fratello) avesse prima o poi ripercussioni, di solito negative, sul mio portafogli.
Questa percezione si è acuita da quando un hard disk esterno ha cominciato a dar segni di cedimento. Niente di particolarmente grave, ho il back-up su un’altra unità. Ma quando ho iniziato a cercare informazioni per rimpiazzare l’unità arrancante, ho notato che i prezzi erano più alti di quello che mi aspettavo. Girando per i siti comincio a notare che si parla di Tailandia e alla fine la scoperta: forti piogge in Tailandia hanno azzerato la produzione di hard disk con conseguente impennata dei prezzi.
Ottimo esempio di come, nell’era della globalizzazione, le disgrazie locali finiscano col ripercuotersi fatalmente su portafogli di tutto il Mondo, fra i quali, naturalmente, il mio.
Ma se becco la farfalla che ha fatto piovere in Tailandia…

Paparazzo

Si rievoca Fellini 8e 1/2 sulla spiaggia di Rimini
Si rievoca Fellini 8 e 1/2 sulla spiaggia di Rimini

Chiamatemi pure Paparazzo.
L’altro giorno ero sulla spiaggia di Rimini, mi avevano chiamato per impersonare l’avvocato di Amarcord in un corto destinato a festeggiare il regista Terry Gilliam che riceveva il premio Fellini. Era un gioco, dove i personaggi felliniani incontravano quelli di Gilliam, con un sosia di Mastroianni che agitava la frusta proprio come fa Guido (alter ego di Fellini) in 8 e ½. Finita la mia minuscola parte, ho tirato fuori la compattina dal cappotto e ho iniziato a scattare, mentre il regista faceva inquadrare il poveraccio che, con quel freddo, interpretava un Mastroianni mezzo nudo. Così nello schermino apparivano immagini che ne evocavano altre: quella del backstage del vero 8 e ½. In un breve passaggio da casa la conferma: convertite in bianco e nero le foto assomigliavano tantissimo a quelle scattate da Tazio Secchiaroli sul set del celebre film.

Per chi non lo sapesse  Secchiaroli è stato il fotografo che con le sue immagini delle notti romane ha ispirato il film “La Dolce Vita” e che è divenuto poi il fotografo personale del regista. Il quale mise nel film un personaggio che lo rappresentava col nome di Paparazzo. Così, mentre Secchiaroli per chi se ne intende è uno dei migliori fotografi del secolo, Paparazzo è diventato per la gente il prototipo del cacciatore di scoop, del fastidioso inseguitore di divi, di tutto quello che ci può essere di negativo fra i fotografi.

Poco più tardi la conclusione: alla presenza di Gilliam viene proiettato il corto 22_11 e 1/2 girato e montato a tempo di record.  Alla fine “Guido” sullo schermo conclude “entrino le creature”, entriamo in sala e, sulle note di Nino Rota, andiamo incontro a Gilliam . Il quale sembra non creda ai suoi occhi: i suoi personaggi e quelli di Fellini sono lì per lui. Allora gioca con noi: mimando il gesto di suonare il flauto si mette alla testa di un piccolo corteo e, per il tempo di  un giro di sala, quello non è più il piccolo Cinema Tiberio, ma l’arena di 8 e ½.

Così, per un poco, Gilliam si è sentito Fellini, qualcun’altro Mastroianni ed io Secchiaroli.

Deputato al alavoro

Deputato al alavoro

Ma oggi preferisco sentirmi Paparazzo.

Perché nel frattempo ho letto che a Montecitorio vogliono limitare il lavoro dei fotografi. Prendendo a motivo il pizzino diretto a Monti e pubblicato sulla stampa ora vogliono  impedire a dei professionisti di fare il loro mestiere rivelando al paese che alcuni deputati in aula sbadigliano, dormono,  giocano col computer, visitano siti a luci rosse, votano per il loro collega assente. Ed è un lavoro sacrosanto, perché quei signori nell’emiciclo sono strapagati dipendenti pubblici che non hanno nessun diritto di mettere in atto comportamenti indegni di qualsiasi posto di lavoro e tantomeno di quello in cui si rappresentano i cittadini. Ma si preferisce colpevolizzare i fotografi, anzi, i Paparazzi.

Non penso che tutti i deputati si comportino così, ma quelli che si comportano bene avrebbero il dovere di stare dalla parte di chi denuncia certe cose, non di chi vuole coprirle.

Chiamatemi pure Paparazzo, ne sarò fiero, perché è uno che dà fastidio.

Peggio di così?

Siamo nella situazione peggiore: un governo che non cade, ma che, di fatto, non c’è.