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Specchio antico

Specchio antico

Ora vediamo come in uno specchio antico (San Paolo)

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Sto lavorando su dispense di don Oreste di metà degli anni ‘50. Uno dei temi che mi piacerebbe sviluppare è quello del suo stile di scrittura. Ad esempio faceva un gran uso dell’iterazione, vale a dire la ripetizione di una parola o di una breve frase per dare forza e incisività al discorso. Ho trovato un brano che mi ha colpito per come espone, secondo me, il cuore del suo modo di avvicinarsi agli ultimi. Ma, in prima battuta, aveva attirato la mia attenzione un qualcosa nel linguaggio. Mi sono preso la libertà di dividerlo come se fosse una poesia.

Ho visto

un ragazzo povero, stracciato, disprezzato:

eppure quel ragazzo

ha un valore infinito.

Ho visto

un ragazzo che non vive in grazia,

chi lo vede

lo direbbe un disgraziato:

la sua bocca sembra una bocca dell’inferno,

eppure quel ragazzo

ha un valore infinito.

Ho visto

un ragazzo simpatico, bello, brillante

e tutti gli vanno dietro eppure nessuno lo ama

perché nessuno ha scoperto in lui

un valore infinito

Gli uomini

non sono divisi

in categorie di grandi e piccoli,

gli uomini

sono tutti

di un valore infinito.

Hanno un valore infinito

perché sono oggetto dell’amore di Dio:

Dio li ama, così come sono,

e tutto ciò

che è toccato dall’amore di Dio,

diventa prezioso,

e Dio li ama

tanto che non accetta come vero

l’amore dell’uomo verso di Lui

se non ha

come seconda faccia

l’amore al prossimo.

Ho visto” un incipit che a qualcuno ricorderà la canzone di Francesco Guccini “Dio è morto”. La canzone, come dichiarato più volte dal cantautore, gli fu ispirata da un poema di Allen Ginsberg, poeta della Beat Generation, “L’urlo”, che inizia per l’appunto con le parole “Ho visto le menti migliori della mia generazione…”.

Io sono uno che va a vedere su Wikipedia. La dispensa è databile con una certa sicurezza nei primi mesi del 1957, gennaio o febbraio (questo su Wikipedia non c’era). “L’urlo” fu letto per la prima volta in pubblico nel 1955 e pubblicato in un libro in America nel 1956. La traduzione italiana fu pubblicata nel 1965.

Cosa pensare? Don Oreste era così attento all’attualità culturale da conoscere un recentissimo prodotto dell’avanguardia culturale americana che aveva suscitato un forte scalpore, ma non era ancora stato tradotto? Una pura, ma impressionante coincidenza? Davvero non so cosa pensare.

Continuità didattica? Cos’era?

Scusate il titolo volutamente provocatorio, ma è una reazione alla notizia che il ministro Fedeli vuole ripristinare la continuità didattica intervenendo sul contratto degli insegnanti. Alla domanda di un giornalista “Non ha appena cancellato la norma della riforma che prevedeva che i prof stessero tre anni nella stessa scuola?” ha risposto come se la domanda fosse pertinente “Solo per chi si è spostato quest’anno. – ha precisato il ministro – Vorrei dal prossimo settembre che gli studenti trovassero i loro insegnanti in cattedra e possibilmente per tre anni. La continuità va incentivata”.

Quindi il Ministro pensa che la colpa della mancata continuità didattica sia dei trasferimenti degli insegnanti e il problema si risolverà tenendoli fermi per tre anni nello stesso posto? Si sbaglia, signora Ministro. Se un insegnante rimane tre anni (o quattro, cinque o dodici…) nella stessa scuola i suoi alunni correranno comunque il rischio di vederlo sparire dopo un solo anno e lui di dover prendere in carico ogni volta classi completamente nuove.

La continuità didattica nella scuola italiana, una volta c’era. Ma non è sparita perché gl’insegnanti si sono messi improvvisamente a chiedere trasferimenti come se non ci fosse un domani. Non c’è più dal 2003 perché il Ministro Moratti, presa forse da un impeto di giustizia ma più probabilmente da più concrete esigenze di cassa, decise di far sparire le “cattedre orario”, cioè quelle con orario inferiore alle diciotto ore. Queste cattedre erano state previste dalla riforma Gentile proprio per garantire la continuità didattica: Se l’insegnamento di una materia in un corso prevedeva un numero di ore inferiore a 18 (ad esempio 16)  le restanti rimanevano a disposizione della scuola senza essere impiegate in classe. Portare tutte le classi a 18 ore voleva dire andare a pescare nel monte ore di un altro insegnante, il quale a sua volta prendeva le ore da un altro corso e così via. Con la conseguenza di attivare ogni anno combinazioni diverse ed anche di spezzettare gli insegnamenti, dividendo, ad esempio, italiano da storia. A suo tempo ho fatto un’analisi più approfondita delle conseguenze in un articolo per Fuoriregistro ed è stato tutto confermato dall’esperienza.

Quindi, signora Ministro, se vuole ripristinare quella bella e sacrosanta cosa che era la continuità didattica, lasci perdere i trasferimenti degli insegnanti e ripristini invece le cattedre orario.

Nel caso voglia farlo, le auguro buona fortuna.

Invece di…

Senza dimora

Senza dimora

Dopo la morte per il freddo di alcune persone senza fissa dimora sui social network girano messaggi del tipo “ospitano i clandestini e lasciano morire di freddo gli italiani”.

Chi scrive certe cose non ha la minima conoscenza di come funziona l’accoglienza. Le grandi organizzazioni che oggi si occupano di migranti (Caritas, Comunità Papa Giovanni XXIII, Sant’Egidio solo per citarne alcune) si prendono cura “anche” (e non invece) delle persone senza dimora. Questo lavoro va avanti da molto tempo, per qualcuno da sempre. È un’azione che si svolge nel silenzio, fatta di lunghi giri nella notte per convincere persone che hanno scelto la solitudine e l’isolamento ad accettare un posto in un dormitorio affollato.

Ma le azioni costanti e silenziose non fanno notizia e i “leoni da tastiera” questo non lo sanno.

Un Presepe per unire e non per dividere

PresepeDa molti anni ormai gestisco il Concorso Presepi della Diocesi di Rimini. Ho imparato molto su questa bella forma d’arte popolare e soprattutto ho imparato ad amarla, attraverso la cura e la passione che tante persone mettono in questo appuntamento annuale.

Per questa ragione soffro nel vedere le diatribe sulla presenza dl Presepe nelle scuole.
Ovvio che succeda quando viene rifiutato per un malinteso rispetto verso altre religioni.

Meno ovvio il disagio che provo nel vedere sui social network i post che invitano a fare il Presepe “per difendere la nostra civiltà”. Come si facesse il Presepe contro qualcuno, cercando di occupare spazi invece di avviare processi, il contrario di quello che ci invita a fare il nostro Papa Francesco. Usiamo invece il Presepe per iniziare un processo di unità, come sta facendo da tempo la Caritas della Diocesi di Rimini con la sua mostra annuale dei Presepi nel Mondo.

E nelle scuole prendiamo l’occasione del Presepe per parlare, o far parlare qualcuno, di quel Bambino Ebreo, divenuto Messia dei Cristiani e penultimo profeta dei Musulmani. Venuto in terra per portare la Pace a tutti gli uomini di buona volontà.

Questo non è un post sul referendum

SchedaAvevo dei criteri per giudicare la bontà degli interventi nel dibattito politico. Ho un debole per le argomentazioni vere, quelle che affrontano il nocciolo del problema, che vanno al punto.

Non sopporto invece i mezzucci, le false argomentazioni, quelle che non affrontano il problema, che cercano un diversivo.

Faccio alcuni esempi.

Cominciamo dal delegittimare l’avversario. Non si parla del tema, si dice che chi è contro non vuole il progresso, fa gli interessi delle lobby, è legato a vecchi schemi e così via. il tutto senza nessuna giustificazione. Questo metodo ha anche delle varianti, come quello di appioppare etichette o, peggio, nomignoli. Si etichetta l’avversario con qualche appellativo che gli resta appiccicato. Facile bollare l’altro come fascista o comunista chiunque esprima idee appena appena dissonanti dalla propria ortodossia. Ma bisogna pure avere un po’ di fantasia per farsi notare. Così l’avversario diventa boiardo, gufo, servo. Se ne deforma il nome, che diventa pregiudizio, marchio d’infamia: la riforma diventa “schiforma”, “Il Fatto quotidiano” diventa “Fattone quotidiano”.

All’estremo c’è quella che viene chiamata ironicamente la “Reductio ad Hitlerum”: l’avversario viene paragonato ad Hitler, Stalin o altri personaggi repellenti in modo da applicare a lui tutta una serie di pregiudizi.

Per difendere le proprie azioni sbagliate se ne evocano altre dell’avversario per stabilire che lui non è migliore, non importa la gravità dell’azione. Non importa se questo finisce col distruggere la morale, non c’è un punto di riferimento, basta dimostrare che “gli altri” non sono meglio dei “nostri”. Il male dei “nostri” diventa lecito attraverso il male degli “altri”.

Ho sempre osservato il dibattito politico tenendo conto del criterio della qualità delle argomentazioni che non è stato criterio determinante, ma è servito a confermare scelte fatte su considerazioni ben più consistenti.

Ma adesso il livello del dibattito si sta appiattendo verso il basso in maniera impressionante, i leader degli schieramenti sembrano fare a gara a chi fa peggio. Sempre meno politici argomentano le loro affermazioni, sempre più ricorrono all’attacco all’avversario. Se ho deciso di non partecipare attivamente alla campagna referendaria è anche per non rischiare di venire associato a personaggi dell’una o dell’altra parte di cui non ho alcuna stima.

Su questo fronte le cose vanno sempre peggio.  E  per cambiarle non basterà un sì. E nemmeno un no.

“Non può piovere sempre”

In principio sembrò una coincidenza che si protraeva un po’ troppo. Non ci volle molto tempo perché si cominciasse ad associare la cosa ai film di Fantozzi e a scherzare sulla puntualità della “nuvola da impiegati”. Ma naturalmente era uno scherzo. Però il fatto è che da molti mesi ormai, con troppa regolarità, durante i week-end in Italia pioveva. Da così tanto tempo che quando un bagnino di Cesenatico si suicidò, subito i giornali diedero la colpa all’andamento meteorologico, senza considerare il fatto che nel giro di tre giorni la moglie lo aveva piantato, l’amante era fuggita con un bidello delle medie e un corto circuito aveva fuso in un unico blocco la sua collezione di CD di Shakira.
Per un bel po’ di tempo si andò avanti fra ironie, rabbia e rassicurazioni degli esperti che rassomigliavano molto allo slogan di un vecchio film “Non può piovere sempre”. Al quale il popolo rispondeva amaramente “Infatti da lunedì a venerdì non piove”.
Il tempo ormai si misurava in anni, quando un anziano docente dell’Università di Tubinga, il professor Warmer Sommersturm, annunciò di avere la spiegazione del fenomeno. Chiese innanzitutto scusa per avere craccato una dozzina di centri di calcolo fra i più potenti al mondo, ma era necessario per far funzionare il più complesso modello meteo mai realizzato. Con questo modello era riuscito a mettere in relazione altre strane regolarità che si erano verificate qua e là nel mondo, come ad esempio la tromba d’aria su Timbuctù ogni dieci giorni, le grandinate del giovedì sul delta dell’Okawango e il temporale che arrivava ogni terzo mercoledì del mese sul lago Titicaca alle quindici e trentasette. I mutamenti climatici avevano creato localmente una serie di cicli regolari che a loro volta si combinavano in vario modo dando origine a comportamenti che si ripetevano con diverse periodicità. Fra questi, appunto, le piogge di fine settimana sull’Italia. Naturalmente non fu creduto. La reazione più seria fu quella di un noto sito di previsioni meteo che mise in rete un referendum per decidere se il fenomeno si dovesse chiamare “Signora Pina”, “Mariangela” o “Signorina Silvani”.
Per fortuna nelle Università non mancano i curiosi, anzi si potrebbe dire che è il loro ambiente naturale. Un giovane ricercatore del politecnico di Lahore si prese la briga di mettere in rete ventiquattro grossi computer, in maniera più o meno legale. Sviluppò ulteriormente il modello del professor Sommersturm e riuscì a confermare la sua teoria. Nel frattempo altri avevano provato a smentire l’ipotesi, ma senza successo. Così la teoria del professor Sommersturm attraversò le ben note quattro fasi che ogni nuova teoria scientifica deve affrontare:
“È una sciocchezza”
“Potrebbe essere vero”
“Non c’è niente di nuovo”
“L’avevo detto prima io”.
Alla fase quattro si cominciarono a cercare soluzioni. Nelle varie parti del Mondo le popolazioni si erano ormai adattare alla nuova situazione con piccoli o grandi aggiustamenti. Nel complesso, piano piano, la gente si stava abituando alla regolarità climatica ed anzi in molti casi si era trovato il modo di trarre profitto dalla prevedibilità dei fenomeni.
Solo la situazione dell’Italia appariva critica ed allora si pensò alla soluzione più logica: spostare la domenica. Chiaramente l’opposizione più forte venne dagli ambienti religiosi, che però si arresero di fronte alla constatazione che il Giorno del Signore da occasione di festa si era ormai trasformato in un abisso di depressione. Non ci volle molto per decidere che era meglio accorciare una settimana piuttosto che allungarla. In un primo tempo si pensò di eliminare giovedì e venerdì, ma poi cominciò a circolare l’idea che se si doveva eliminare un giorno era meglio togliere un lunedì. Dopo molte discussioni, più o meno accademiche, si decise per una settimana che iniziasse di martedì e finisse di giovedì, fissando la data in modo da togliere di mezzo anche un venerdì tredici.
Così venne il grande giorno e tutto si risolse in apocalittici ingorghi sulle autostrade all’andata, indescrivibili affollamenti sulle spiagge, anche le più sperdute, e altri colossali ingorghi al ritorno. Al lunedì tutti in ufficio, facendo pernacchie a Giove Pluvio che non mancava di ricambiare con scrosci di pioggia. Ma l’incubo era finito e si prospettava un futuro di radiosi fine settimana e si facevano progetti per approfittare del ciclo regolare delle precipitazioni. Tutto sembrava andare per il meglio, tranne, ovviamente, che per i meteorologi, per i quali si dovette studiare un piano di ricollocamento in lavori socialmente utili.
Un tarlo però rodeva la mente degli scienziati: sarebbe durato? Si collegarono allora quarantotto colossali computer, si mise a punto la versione 3.0 del modello del professor Summersturm e si iniziò a cercare quali eventi avrebbero potuto turbare la comoda regolarità meteorologica.
La risposta fu rassicurante. Il regime che si era instaurato era incredibilmente stabile, a perturbarlo non sarebbe bastata la classica farfalla che battendo le ali a Tokio fa piovere a Parigi. “Per fare un esempio” dichiarò il professor Sommersturm durante un talk show, “non sarebbe sufficiente nemmeno che contemporaneamente il Krakatoa eruttasse, il ghiacciaio Perito Moreno precipitasse per intero in mare e tutti i gayser di Yellowstone spruzzassero all’unisono.
In quel preciso istante il Krakatoa eruttò, il Perito Moreno precipitò, i gayser di Yellowstone spruzzarono. E una farfalla battè le ali a Tokyio.
Piove

Piove

In principio sembrò una coincidenza che si protraeva un po’ troppo. Non ci volle molto tempo perché si cominciasse ad associare la cosa ai film di Fantozzi e a scherzare sulla puntualità della “nuvola da impiegati”. Ma naturalmente era uno scherzo. Però il fatto è che da molti mesi ormai, con troppa regolarità, durante i week-end in Italia pioveva. Da così tanto tempo che quando un bagnino di Cesenatico si suicidò, subito i giornali diedero la colpa all’andamento meteorologico, senza considerare il fatto che nel giro di tre giorni la moglie lo aveva piantato, l’amante era fuggita con un bidello delle medie e un corto circuito aveva fuso in un unico blocco la sua collezione di CD di Shakira.

Per un bel po’ di tempo si andò avanti fra ironie, rabbia e rassicurazioni degli esperti che rassomigliavano molto allo slogan di un vecchio film “Non può piovere sempre”. Al quale il popolo rispondeva amaramente “Infatti da lunedì a venerdì non piove”.
Il tempo ormai si misurava in anni, quando un anziano docente dell’Università di Tubinga, il professor Warmer Sommersturm, annunciò di avere la spiegazione del fenomeno. Chiese innanzitutto scusa per avere craccato una dozzina di centri di calcolo fra i più potenti al mondo, ma era necessario per far funzionare il più complesso modello meteo mai realizzato. Con questo modello era riuscito a mettere in relazione altre strane regolarità che si erano verificate qua e là nel mondo, come ad esempio la tromba d’aria su Timbuctù ogni dieci giorni, le grandinate del giovedì sul delta dell’Okawango e il temporale che arrivava ogni terzo mercoledì del mese sul lago Titicaca alle quindici e trentasette. I mutamenti climatici avevano creato localmente una serie di cicli regolari che a loro volta si combinavano in vario modo dando origine a comportamenti che si ripetevano con diverse periodicità. Fra questi, appunto, le piogge di fine settimana sull’Italia. Naturalmente non fu creduto. La reazione più seria fu quella di un noto sito di previsioni meteo che mise in rete un referendum per decidere se il fenomeno si dovesse chiamare “Signora Pina”, “Mariangela” o “Signorina Silvani”.
Per fortuna nelle Università non mancano i curiosi, anzi si potrebbe dire che è il loro ambiente naturale. Un giovane ricercatore del politecnico di Lahore si prese la briga di mettere in rete ventiquattro grossi computer, in maniera più o meno legale. Sviluppò ulteriormente il modello del professor Sommersturm e riuscì a confermare la sua teoria. Nel frattempo altri avevano provato a smentire l’ipotesi, ma senza successo. Così la teoria del professor Sommersturm attraversò le ben note quattro fasi che ogni nuova teoria scientifica deve affrontare:
“È una sciocchezza”
“Potrebbe essere vero”
“Non c’è niente di nuovo”
“L’avevo detto prima io”.
Alla fase quattro si cominciarono a cercare soluzioni. Nelle varie parti del Mondo le popolazioni si erano ormai adattare alla nuova situazione con piccoli o grandi aggiustamenti. Nel complesso, piano piano, la gente si stava abituando alla regolarità climatica ed anzi in molti casi si era trovato il modo di trarre profitto dalla prevedibilità dei fenomeni.
Solo la situazione dell’Italia appariva critica ed allora si pensò alla soluzione più logica: spostare la domenica. Chiaramente l’opposizione più forte venne dagli ambienti religiosi, che però si arresero di fronte alla constatazione che il Giorno del Signore da occasione di festa si era ormai trasformato in un abisso di depressione. Non ci volle molto per decidere che era meglio accorciare una settimana piuttosto che allungarla, anche se una settimana con sette giorni lavorativi avrebbe realizzato un antico sogno nel cassetto di Confindustria. In un primo tempo si pensò di eliminare giovedì e venerdì, ma poi cominciò a circolare l’idea che se si doveva eliminare un giorno era meglio togliere un lunedì. Dopo molte discussioni, più o meno accademiche, si decise per una settimana che iniziasse di martedì e finisse di giovedì, fissando la data in modo da togliere di mezzo anche un venerdì tredici.
Così venne il grande giorno e tutto si risolse in apocalittici ingorghi sulle autostrade all’andata, spiagge al cui confronto la Normandia il giorno dello sbarco sembrava un’oasi di pace e altri biblici ingorghi al ritorno. Al lunedì tutti in ufficio, facendo pernacchie a Giove Pluvio che non mancava di ricambiare con scrosci di pioggia. Ma l’incubo era finito, si prospettava un futuro di radiosi fine settimana e si facevano progetti per approfittare del ciclo regolare delle precipitazioni. Tutto sembrava andare per il meglio, tranne, ovviamente, che per i meteorologi, per i quali si dovette studiare un piano di ricollocamento in lavori socialmente utili.
Un tarlo però rodeva la mente degli scienziati: sarebbe durato? Si collegarono allora quarantotto colossali computer, si mise a punto la versione 3.0 del modello del professor Summersturm e si iniziò a cercare quali eventi avrebbero potuto turbare la comoda regolarità meteorologica.
La risposta fu rassicurante. Il regime che si era instaurato era incredibilmente stabile, a perturbarlo non sarebbe bastata la classica farfalla che battendo le ali a Tokio fa piovere a Parigi. “Per fare un esempio” dichiarò il professor Sommersturm durante un talk show, “non sarebbe sufficiente nemmeno che contemporaneamente il Krakatoa eruttasse, il ghiacciaio Perito Moreno precipitasse per intero in mare e tutti i gayser di Yellowstone spruzzassero all’unisono”.
In quel preciso istante il Krakatoa eruttò, il Perito Moreno precipitò, i gayser di Yellowstone spruzzarono. E una farfalla battè le ali a Tokyio.
I meteorologi furono richiamati precipitosamente in servizio.

Costanti scolastiche

“Una costante fisica è una grandezza fisica oppure un numero adimensionale che è universale in natura e indipendente dall’istante e dal luogo in cui viene misurata (costante di natura)”.
“Ci sono molte costanti in natura, molte delle quali sono riconducibili a combinazioni della costante di Planck ħ, la costante di gravitazione universale G, la velocità della luce nel vuoto c, la costante dielettrica del vuoto ε0, e la carica elementare e”.
Così Wikipedia sulle costanti fisiche.
A queste  se ne dovrebbe aggiungere un’altra: le diciotto ore degli insegnanti, grandezza invariabile, indipendente da come la si misuri.
Qualche esempio.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
C’è pure l’ora di ricevimento settimanale.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Le lezioni dovrai pure prepararle, devi aggiornarti. E poi devi anche tener dietro alle novità che vengono dal Ministero.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Poi ci sono i compiti. Vanno preparati, mica posso ridargli quello dell’anno scorso, che lo hanno comprato da quelli dell’anno prima. E poi se do questo compito alla classe che ho quest’anno, sai che macello. E arrivare a scuola almeno mezz’ora prima per fotocopiarlo e magari c’è la coda. E poi correggerlo. Anzi correggerli e aumentano sempre. Perché magari hai sempre tre classi, ma quando al Ministero alzano il numero degli alunni per classe mica ci pensano che gli alunni che devi seguire piano piano sono passati da sessanta a novanta. Anzi no, visto che a inizio carriera avevi tre classi e adesso ne hai cinque, sono passati da sessanta a centocinquanta.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
E poi ad un certo punto con l’aumento degli alunni non ce la fai più con le verifiche orali e passi ai test. Anche quelli da preparare, fotocopiare, correggere.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
In qualche materia tecnica in quinta si assegna qualche compito di un certo peso, ad esempio un progetto o un bilancio. Che richiede un bell’impegno agli studenti, ma anche agli insegnanti, per entrambe a volte finisce con l’impegnare una o più notti. Anche questi compiti crescono col numero degli studenti, finché un anno con l’assegnazione delle cattedre, ci si ritrova con due quinte da trenta e i lavori raddoppiano.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
E poi ci sono le riunioni: collegio docenti ordinari e straordinari, consigli di classe, riunioni per materie, programmazione, commissioni varie ed eventuali. Infine gli scrutini. Lo sapevate che per gli scrutini non c’è limita di tempo?
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Le riunioni si portano dietro i documenti. Programmi preventivi e consuntivi, programmazione, documento del 15 maggio, relazione sulla classe, relazione sul programma. E poi PEI, POF, PTOF e CPNHPNM (1). Alla fine  fare le medie e anche un giudizio per giustificare ogni voto, soprattutto quelli negativi. Dare indicazioni su cosa devono studiare i rimandati (come se non ci fosse il programma). Consegnare i compiti scritti impacchettati ed etichettati. E per ogni riunione un verbale che qualcuno dovrà pur fare.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Per non parlare delle piccole cose: “Passi in segreteria” “Passi dal preside” “C’è una circolare da firmare e da leggere” “Ho bisogno di parlarti per quell’alunno di terza”. E magari fare la fotocopia di un articolo interessante, sentire se il laboratorio è disponibile, concordare col tecnico un’esercitazione, prenotare gli audiovisivi (ma dov’è finita la bidella?).
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Se poi si parla di andare in gita siamo nel surreale. In pratica si è in servizio 24 ore su 24, gratis, con enormi responsabilità e c’è  pure caso di rimetterci dei soldi.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Ci sarebbe poi la questione dei tre mesi di ferie, altra costante. I quali, in alcuni casi, vanno dal 10 luglio al 20 agosto. Come questo sia possibile è tuttora oggetto di studio. In ogni caso potrebbe essere un ottimo spunto per una sceneggiatura di Christopher Nolan, autore di film di fantascienza basati sullo sfasamento temporale come “Inception” e “Interstellar”.
(1) Chi Più Ne Ha Più Ne Metta
“Una costante fisica è una grandezza fisica oppure un numero adimensionale che è universale in natura e indipendente dall’istante e dal luogo in cui viene misurata (costante di natura)”.
“Ci sono molte costanti in natura, molte delle quali sono riconducibili a combinazioni della costante di Planck ħ, la costante di gravitazione universale G, la velocità della luce nel vuoto c, la costante dielettrica del vuoto ε0, e la carica elementare e”.
Esami

Esami

Così Wikipedia sulle costanti fisiche.

A queste  se ne dovrebbe aggiungere un’altra: le diciotto ore degli insegnanti, grandezza invariabile, indipendente da come la si misuri.
Qualche esempio.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
C’è pure l’ora di ricevimento settimanale.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Le lezioni dovrai pure prepararle, devi aggiornarti. E poi devi anche tener dietro alle novità che vengono dal Ministero.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Poi ci sono i compiti. Vanno preparati, mica posso ridargli quello dell’anno scorso, che lo hanno comprato da quelli dell’anno prima. E poi se do questo compito alla classe che ho quest’anno, sai che macello. E arrivare a scuola almeno mezz’ora prima per fotocopiarlo e magari c’è la coda. E poi correggerlo. Anzi correggerli e aumentano sempre. Perché magari hai sempre tre classi, ma quando al Ministero alzano il numero degli alunni per classe mica ci pensano che gli alunni da seguire piano piano sono passati da sessanta a novanta. Anzi no, visto che a inizio carriera avevi tre classi e adesso ne hai cinque, sono passati da sessanta a centocinquanta.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
E poi ad un certo punto con l’aumento degli alunni non ce la fai più con le verifiche orali e passi ai test. Anche quelli da preparare, fotocopiare, correggere.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
In qualche materia tecnica in quinta si assegna qualche compito di un certo peso, ad esempio un progetto o un bilancio. Che richiede un bell’impegno agli studenti, ma anche agli insegnanti, per entrambe a volte finisce con l’impegnare una o più notti. Anche questi compiti crescono col numero degli studenti, finché un anno con l’assegnazione delle cattedre, ci si ritrova con due quinte da trenta e i lavori raddoppiano.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
E poi ci sono le riunioni: collegio docenti ordinari e straordinari, consigli di classe ordinari e straordinari, riunioni per materie, programmazione, commissioni varie ed eventuali. Infine gli scrutini. Lo sapevate che per gli scrutini non c’è limite di tempo?
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Le riunioni si portano dietro i documenti. Programmi preventivi e consuntivi, programmazione, documento del 15 maggio, relazione sulla classe, relazione sul programma. E poi PEI, POF, PTOF e CPNHPNM (1). Alla fine  fare le medie e anche un giudizio per giustificare ogni voto, soprattutto quelli negativi. Dare indicazioni su cosa devono studiare i rimandati (come se non ci fosse il programma). Consegnare i compiti scritti impacchettati ed etichettati. E per ogni riunione c’è un verbale che qualcuno dovrà pur fare.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Per non parlare delle piccole cose: “Passi in segreteria” “Passi dal preside” “C’è una circolare da firmare e da leggere” “Ho bisogno di parlarti per quell’alunno di terza”. Fare la fotocopia di un articolo interessante, sentire se il laboratorio è disponibile, concordare col tecnico un’esercitazione, prenotare gli audiovisivi (ma dov’è finita la bidella?).
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Se poi si parla di andare in gita siamo nel surreale. In pratica si è in servizio 24 ore su 24, gratis, con enormi responsabilità e c’è  pure caso di rimetterci dei soldi.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Ci sarebbe poi la questione dei tre mesi di ferie, altra costante. I tre mesi, in alcuni casi, vanno dal 10 luglio al 20 agosto. Come questo sia possibile è tuttora oggetto di studio. In ogni caso potrebbe essere un ottimo spunto per una sceneggiatura di Christopher Nolan, autore di film di fantascienza basati sullo sfasamento temporale come “Inception” e “Interstellar”.
(1) Chi Più Ne Ha Più Ne Metta

Petaloso, pensieri per una piccola parola

Fiore petaloso

Il mio Tweet così come è apparso al Tg1 delle 20

Sui social network è stato un giorno di follia. La parola petaloso ha cominciato a rimbalzare in rete e, dovunque sia arrivata, ha provocato reazioni divertite e divertenti. Legioni di creativi (me compreso) si sono cimentati con la nuova parola, chi scrivendo, chi disegnando, chi tirando fuori una foto dal’archivio. I giornalisti hanno indagato, i pubblicitari hanno improvvisato slogan per dimostrare che i loro prodotti fossero petalosi.

La cosa merita qualche commento.

Vediamo come è nata.

Un bambino, Matteo, commette un errore: scrive un aggettivo che non esiste.

La maestra invece di guardare solo all’errore, commenta che l’errore è “bello” e valuta il compito positivamente.

La cosa poteva finire lì. Invece la maestra decide di consultare nientepopodimenoche l’Accademia della Crusca.

L’Accademia della Crusca risponde, rientra nei suoi compiti istituzionali. Lo fa con una bella lettera, in cui approfitta per spiegare a quei bambini come una parola entra a far parte del vocabolario.

La maestra decide che quella cosa non deve restare solo per la sua classe e condivide su un social network.

E qui “petaloso” esplode, diventa virale. Su Facebook il post viene condiviso, commentato, nascono altri post sull’argomento che a loro volta vengono condivisi. Su Twitter #petaloso entra nell’Olimpo degli hashtag di tendenza, Istagram fiorisce di immagini petalose. I giornalisti hanno indagato, i pubblicitari hanno improvvisato slogan per dimostrare che i prodotti dei loro clienti fossero petalosi.

Un gioco? Forse, ma alla parola “gioco” scatta un’associazione: chi conosce la teoria dei giochi potrebbe parlare di “gioco a somma non zero”. L’economia classica ci ha abituato ai giochi “a somma zero” dove se uno guadagna l’altro perde. Questo, invece, è un gioco dove molti hanno guadagnato senza che nessuno abbia perso. Certo, i guadagni di molti sono esprimibili soprattutto in termini di stima e autostima. Questo vale soprattutto per Matteo, per la maestra e per l’Accademia della Crusca, che ha avuto un guadagno di immagine non indifferente. Ma una notizia che rimbalza per il Web genera anche dei ritorni economici e le agenzie pubblicitarie non hanno certo lavorato gratis.

Il tutto è partito da gesti gratuiti: la maestra poteva chiudere lì, l’Accademia della Crusca poteva dare una risposta concisa e burocratica, di nuovo la maestra poteva tenere per sé la lettera di risposta. Invece hanno fatto qualcosa in più e ne hanno ricavato qualcosa per sè e per gli altri.

Un’altre considerazione. Da tempo, insieme ad altri, lavoriamo al progetto della “Scuola del Gratuito”. Fra le molte cose che diciamo che anche l’errore è positivo, è una occasione di imparare. Quale migliore esempio di questo?

Ma prima di noi ci aveva pensato Darwin. O meglio possiamo desumerlo dalla sintesi moderna che si fa tra teoria di Darwin e genetica. Pensateci un attimo: “petaloso” nell’ecosistema del Vocabolario esistente sarebbe un errore, così come lo sono le mutazioni. La lettera dell’Accademia si presta bene anche a spiegare come funzioni l’evoluzione: se la parola trova un ecosistema favorevole sopravviverà e potrà farne parte in permanenza.  Magari nel passato qualche altro bambino ha prodotto la stesa parola, ma non ha trovato l’ambiente favorevole: la maestra ha fatto un segno rosso e dato un voto in meno. Mentre scrivo apprendo che Michele Serra l’aveva già usata nel ‘91 su Panorama, evidentemente non era il posto giusto.  Per il momento l’ecosistema Web ha reagito molto bene. Non resta che aspettare e continuare ad usare questa simpatica parola.

Ma gli insegnanti lavorano già così

Laboratorio di affresco

Laboratorio di affresco

Levata di scudi e polemiche alla dichiarazione del ministro Poletti secondo cui l’orario di lavoro è un parametro vecchio.
Chi lo ha salutato come innovatore, chi ha paventato il ritorno del cottimo.
Nessuno ha fatto notare che c’è una categoria che lavora già al di fuori del parametro dell’orario di lavoro: gli insegnanti.
Quando si parla del lavoro degli insegnanti si parla sempre delle famose “diciotto ore”, senza approfondire il fatto che sono solo la misura della presenza in classe, non della loro quantità di lavoro. Questa dipende piuttosto dal numero di classi, di alunni per classe e dalla quantità di prove scritte da svolgere, ma di questo non si parla mai.
Eppure andando a misurare il carico di lavoro secondo questi parametri si fanno scoperte interessanti.
Ho provato a fare qualche calcolo sulla cattedra di Agricoltura, Economia ed Estimo che ho occupato all’Istituto tecnico per Geometri, altri potrebbero fare altrettanto con risultati simili.
Fra sedicenti riforme, tagli e pretese razionalizzazioni, in 36 anni le classi sono passate da 3 a 5, due terzi in più. Gli alunni da seguire, per effetto dell’aumento del numero massimo per classe, sono praticamente raddoppiati, passando da 60-75 a 120-150. L’aumento delle prove da correggere è stato più che proporzionale, dato che con classi numerose e spesso orari ridotti a due ore settimanali si è costretti ad effettuare test scritti per aver il secondo voto per l’orale. Sono aumentate le ore dedicate a programmazione e consigli di classe, come pure quelle necessarie per valutazioni intermedie e finali e stesura di documenti vari.

Forse valutare il lavoro su basi diverse dalle diciotto ore in aula per molti insegnanti potrebbe essere proprio conveniente.

Sicuramente, invece, conviene ai vari Governi continuare a far finta che gli insegnanti lavorino 18 ore.

Per un Presepe di Pace

Parrocchia del Redentore di Riccione

Parrocchia del Redentore di Riccione

Da molti anni ormai gestisco il Concorso Presepi della Diocesi di Rimini. Ho imparato molto su questa bella forma d’arte popolare e soprattutto ho imparato ad amarla, attraverso la cura e la passione che tante persone mettono in questo appuntamento annuale.

Per questa ragione soffro nel vedere le diatribe sulla presenza dl Presepe nelle scuole.
Ovvio che succeda quando viene rifiutato per un malinteso rispetto verso altre religioni.

Meno ovvio il disagio che provo nel vedere sui social network i post che invitano a fare il Presepe “per difendere la nostra civiltà”. Come si facesse il Presepe contro qualcuno, cercando di occupare spazi invece di avviare processi, il contrario di quello che ci invita a fare il nostro Papa Francesco. Usiamo invece il Presepe per iniziare un processo di unità, come sta facendo da tempo la Caritas diocesana con la sua mostra annuale dei Presepi nel Mondo. In più quest’anno, domenica 13 dicembre, l’esposizione sarà anche la cornice per uno degli eventi del ciclo “Beati gli operatori di Pace”, promosso dal Servizio diocesano per il progetto culturale, incentrato proprio sul dialogo interreligioso.

E nelle scuole prendiamo l’occasione del Presepe per parlare, o far parlare qualcuno, di quel Bambino Ebreo, divenuto Messia dei Cristiani e penultimo profeta dei Musulmani. Venuto in terra per portare la Pace a tutti gli uomini di buona volontà.