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Specchio antico

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Ora vediamo come in uno specchio antico (San Paolo)

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“Non può piovere sempre”

In principio sembrò una coincidenza che si protraeva un po’ troppo. Non ci volle molto tempo perché si cominciasse ad associare la cosa ai film di Fantozzi e a scherzare sulla puntualità della “nuvola da impiegati”. Ma naturalmente era uno scherzo. Però il fatto è che da molti mesi ormai, con troppa regolarità, durante i week-end in Italia pioveva. Da così tanto tempo che quando un bagnino di Cesenatico si suicidò, subito i giornali diedero la colpa all’andamento meteorologico, senza considerare il fatto che nel giro di tre giorni la moglie lo aveva piantato, l’amante era fuggita con un bidello delle medie e un corto circuito aveva fuso in un unico blocco la sua collezione di CD di Shakira.
Per un bel po’ di tempo si andò avanti fra ironie, rabbia e rassicurazioni degli esperti che rassomigliavano molto allo slogan di un vecchio film “Non può piovere sempre”. Al quale il popolo rispondeva amaramente “Infatti da lunedì a venerdì non piove”.
Il tempo ormai si misurava in anni, quando un anziano docente dell’Università di Tubinga, il professor Warmer Sommersturm, annunciò di avere la spiegazione del fenomeno. Chiese innanzitutto scusa per avere craccato una dozzina di centri di calcolo fra i più potenti al mondo, ma era necessario per far funzionare il più complesso modello meteo mai realizzato. Con questo modello era riuscito a mettere in relazione altre strane regolarità che si erano verificate qua e là nel mondo, come ad esempio la tromba d’aria su Timbuctù ogni dieci giorni, le grandinate del giovedì sul delta dell’Okawango e il temporale che arrivava ogni terzo mercoledì del mese sul lago Titicaca alle quindici e trentasette. I mutamenti climatici avevano creato localmente una serie di cicli regolari che a loro volta si combinavano in vario modo dando origine a comportamenti che si ripetevano con diverse periodicità. Fra questi, appunto, le piogge di fine settimana sull’Italia. Naturalmente non fu creduto. La reazione più seria fu quella di un noto sito di previsioni meteo che mise in rete un referendum per decidere se il fenomeno si dovesse chiamare “Signora Pina”, “Mariangela” o “Signorina Silvani”.
Per fortuna nelle Università non mancano i curiosi, anzi si potrebbe dire che è il loro ambiente naturale. Un giovane ricercatore del politecnico di Lahore si prese la briga di mettere in rete ventiquattro grossi computer, in maniera più o meno legale. Sviluppò ulteriormente il modello del professor Sommersturm e riuscì a confermare la sua teoria. Nel frattempo altri avevano provato a smentire l’ipotesi, ma senza successo. Così la teoria del professor Sommersturm attraversò le ben note quattro fasi che ogni nuova teoria scientifica deve affrontare:
“È una sciocchezza”
“Potrebbe essere vero”
“Non c’è niente di nuovo”
“L’avevo detto prima io”.
Alla fase quattro si cominciarono a cercare soluzioni. Nelle varie parti del Mondo le popolazioni si erano ormai adattare alla nuova situazione con piccoli o grandi aggiustamenti. Nel complesso, piano piano, la gente si stava abituando alla regolarità climatica ed anzi in molti casi si era trovato il modo di trarre profitto dalla prevedibilità dei fenomeni.
Solo la situazione dell’Italia appariva critica ed allora si pensò alla soluzione più logica: spostare la domenica. Chiaramente l’opposizione più forte venne dagli ambienti religiosi, che però si arresero di fronte alla constatazione che il Giorno del Signore da occasione di festa si era ormai trasformato in un abisso di depressione. Non ci volle molto per decidere che era meglio accorciare una settimana piuttosto che allungarla. In un primo tempo si pensò di eliminare giovedì e venerdì, ma poi cominciò a circolare l’idea che se si doveva eliminare un giorno era meglio togliere un lunedì. Dopo molte discussioni, più o meno accademiche, si decise per una settimana che iniziasse di martedì e finisse di giovedì, fissando la data in modo da togliere di mezzo anche un venerdì tredici.
Così venne il grande giorno e tutto si risolse in apocalittici ingorghi sulle autostrade all’andata, indescrivibili affollamenti sulle spiagge, anche le più sperdute, e altri colossali ingorghi al ritorno. Al lunedì tutti in ufficio, facendo pernacchie a Giove Pluvio che non mancava di ricambiare con scrosci di pioggia. Ma l’incubo era finito e si prospettava un futuro di radiosi fine settimana e si facevano progetti per approfittare del ciclo regolare delle precipitazioni. Tutto sembrava andare per il meglio, tranne, ovviamente, che per i meteorologi, per i quali si dovette studiare un piano di ricollocamento in lavori socialmente utili.
Un tarlo però rodeva la mente degli scienziati: sarebbe durato? Si collegarono allora quarantotto colossali computer, si mise a punto la versione 3.0 del modello del professor Summersturm e si iniziò a cercare quali eventi avrebbero potuto turbare la comoda regolarità meteorologica.
La risposta fu rassicurante. Il regime che si era instaurato era incredibilmente stabile, a perturbarlo non sarebbe bastata la classica farfalla che battendo le ali a Tokio fa piovere a Parigi. “Per fare un esempio” dichiarò il professor Sommersturm durante un talk show, “non sarebbe sufficiente nemmeno che contemporaneamente il Krakatoa eruttasse, il ghiacciaio Perito Moreno precipitasse per intero in mare e tutti i gayser di Yellowstone spruzzassero all’unisono.
In quel preciso istante il Krakatoa eruttò, il Perito Moreno precipitò, i gayser di Yellowstone spruzzarono. E una farfalla battè le ali a Tokyio.
Piove

Piove

In principio sembrò una coincidenza che si protraeva un po’ troppo. Non ci volle molto tempo perché si cominciasse ad associare la cosa ai film di Fantozzi e a scherzare sulla puntualità della “nuvola da impiegati”. Ma naturalmente era uno scherzo. Però il fatto è che da molti mesi ormai, con troppa regolarità, durante i week-end in Italia pioveva. Da così tanto tempo che quando un bagnino di Cesenatico si suicidò, subito i giornali diedero la colpa all’andamento meteorologico, senza considerare il fatto che nel giro di tre giorni la moglie lo aveva piantato, l’amante era fuggita con un bidello delle medie e un corto circuito aveva fuso in un unico blocco la sua collezione di CD di Shakira.

Per un bel po’ di tempo si andò avanti fra ironie, rabbia e rassicurazioni degli esperti che rassomigliavano molto allo slogan di un vecchio film “Non può piovere sempre”. Al quale il popolo rispondeva amaramente “Infatti da lunedì a venerdì non piove”.
Il tempo ormai si misurava in anni, quando un anziano docente dell’Università di Tubinga, il professor Warmer Sommersturm, annunciò di avere la spiegazione del fenomeno. Chiese innanzitutto scusa per avere craccato una dozzina di centri di calcolo fra i più potenti al mondo, ma era necessario per far funzionare il più complesso modello meteo mai realizzato. Con questo modello era riuscito a mettere in relazione altre strane regolarità che si erano verificate qua e là nel mondo, come ad esempio la tromba d’aria su Timbuctù ogni dieci giorni, le grandinate del giovedì sul delta dell’Okawango e il temporale che arrivava ogni terzo mercoledì del mese sul lago Titicaca alle quindici e trentasette. I mutamenti climatici avevano creato localmente una serie di cicli regolari che a loro volta si combinavano in vario modo dando origine a comportamenti che si ripetevano con diverse periodicità. Fra questi, appunto, le piogge di fine settimana sull’Italia. Naturalmente non fu creduto. La reazione più seria fu quella di un noto sito di previsioni meteo che mise in rete un referendum per decidere se il fenomeno si dovesse chiamare “Signora Pina”, “Mariangela” o “Signorina Silvani”.
Per fortuna nelle Università non mancano i curiosi, anzi si potrebbe dire che è il loro ambiente naturale. Un giovane ricercatore del politecnico di Lahore si prese la briga di mettere in rete ventiquattro grossi computer, in maniera più o meno legale. Sviluppò ulteriormente il modello del professor Sommersturm e riuscì a confermare la sua teoria. Nel frattempo altri avevano provato a smentire l’ipotesi, ma senza successo. Così la teoria del professor Sommersturm attraversò le ben note quattro fasi che ogni nuova teoria scientifica deve affrontare:
“È una sciocchezza”
“Potrebbe essere vero”
“Non c’è niente di nuovo”
“L’avevo detto prima io”.
Alla fase quattro si cominciarono a cercare soluzioni. Nelle varie parti del Mondo le popolazioni si erano ormai adattare alla nuova situazione con piccoli o grandi aggiustamenti. Nel complesso, piano piano, la gente si stava abituando alla regolarità climatica ed anzi in molti casi si era trovato il modo di trarre profitto dalla prevedibilità dei fenomeni.
Solo la situazione dell’Italia appariva critica ed allora si pensò alla soluzione più logica: spostare la domenica. Chiaramente l’opposizione più forte venne dagli ambienti religiosi, che però si arresero di fronte alla constatazione che il Giorno del Signore da occasione di festa si era ormai trasformato in un abisso di depressione. Non ci volle molto per decidere che era meglio accorciare una settimana piuttosto che allungarla, anche se una settimana con sette giorni lavorativi avrebbe realizzato un antico sogno nel cassetto di Confindustria. In un primo tempo si pensò di eliminare giovedì e venerdì, ma poi cominciò a circolare l’idea che se si doveva eliminare un giorno era meglio togliere un lunedì. Dopo molte discussioni, più o meno accademiche, si decise per una settimana che iniziasse di martedì e finisse di giovedì, fissando la data in modo da togliere di mezzo anche un venerdì tredici.
Così venne il grande giorno e tutto si risolse in apocalittici ingorghi sulle autostrade all’andata, spiagge al cui confronto la Normandia il giorno dello sbarco sembrava un’oasi di pace e altri biblici ingorghi al ritorno. Al lunedì tutti in ufficio, facendo pernacchie a Giove Pluvio che non mancava di ricambiare con scrosci di pioggia. Ma l’incubo era finito, si prospettava un futuro di radiosi fine settimana e si facevano progetti per approfittare del ciclo regolare delle precipitazioni. Tutto sembrava andare per il meglio, tranne, ovviamente, che per i meteorologi, per i quali si dovette studiare un piano di ricollocamento in lavori socialmente utili.
Un tarlo però rodeva la mente degli scienziati: sarebbe durato? Si collegarono allora quarantotto colossali computer, si mise a punto la versione 3.0 del modello del professor Summersturm e si iniziò a cercare quali eventi avrebbero potuto turbare la comoda regolarità meteorologica.
La risposta fu rassicurante. Il regime che si era instaurato era incredibilmente stabile, a perturbarlo non sarebbe bastata la classica farfalla che battendo le ali a Tokio fa piovere a Parigi. “Per fare un esempio” dichiarò il professor Sommersturm durante un talk show, “non sarebbe sufficiente nemmeno che contemporaneamente il Krakatoa eruttasse, il ghiacciaio Perito Moreno precipitasse per intero in mare e tutti i gayser di Yellowstone spruzzassero all’unisono”.
In quel preciso istante il Krakatoa eruttò, il Perito Moreno precipitò, i gayser di Yellowstone spruzzarono. E una farfalla battè le ali a Tokyio.
I meteorologi furono richiamati precipitosamente in servizio.

Costanti scolastiche

“Una costante fisica è una grandezza fisica oppure un numero adimensionale che è universale in natura e indipendente dall’istante e dal luogo in cui viene misurata (costante di natura)”.
“Ci sono molte costanti in natura, molte delle quali sono riconducibili a combinazioni della costante di Planck ħ, la costante di gravitazione universale G, la velocità della luce nel vuoto c, la costante dielettrica del vuoto ε0, e la carica elementare e”.
Così Wikipedia sulle costanti fisiche.
A queste  se ne dovrebbe aggiungere un’altra: le diciotto ore degli insegnanti, grandezza invariabile, indipendente da come la si misuri.
Qualche esempio.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
C’è pure l’ora di ricevimento settimanale.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Le lezioni dovrai pure prepararle, devi aggiornarti. E poi devi anche tener dietro alle novità che vengono dal Ministero.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Poi ci sono i compiti. Vanno preparati, mica posso ridargli quello dell’anno scorso, che lo hanno comprato da quelli dell’anno prima. E poi se do questo compito alla classe che ho quest’anno, sai che macello. E arrivare a scuola almeno mezz’ora prima per fotocopiarlo e magari c’è la coda. E poi correggerlo. Anzi correggerli e aumentano sempre. Perché magari hai sempre tre classi, ma quando al Ministero alzano il numero degli alunni per classe mica ci pensano che gli alunni che devi seguire piano piano sono passati da sessanta a novanta. Anzi no, visto che a inizio carriera avevi tre classi e adesso ne hai cinque, sono passati da sessanta a centocinquanta.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
E poi ad un certo punto con l’aumento degli alunni non ce la fai più con le verifiche orali e passi ai test. Anche quelli da preparare, fotocopiare, correggere.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
In qualche materia tecnica in quinta si assegna qualche compito di un certo peso, ad esempio un progetto o un bilancio. Che richiede un bell’impegno agli studenti, ma anche agli insegnanti, per entrambe a volte finisce con l’impegnare una o più notti. Anche questi compiti crescono col numero degli studenti, finché un anno con l’assegnazione delle cattedre, ci si ritrova con due quinte da trenta e i lavori raddoppiano.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
E poi ci sono le riunioni: collegio docenti ordinari e straordinari, consigli di classe, riunioni per materie, programmazione, commissioni varie ed eventuali. Infine gli scrutini. Lo sapevate che per gli scrutini non c’è limita di tempo?
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Le riunioni si portano dietro i documenti. Programmi preventivi e consuntivi, programmazione, documento del 15 maggio, relazione sulla classe, relazione sul programma. E poi PEI, POF, PTOF e CPNHPNM (1). Alla fine  fare le medie e anche un giudizio per giustificare ogni voto, soprattutto quelli negativi. Dare indicazioni su cosa devono studiare i rimandati (come se non ci fosse il programma). Consegnare i compiti scritti impacchettati ed etichettati. E per ogni riunione un verbale che qualcuno dovrà pur fare.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Per non parlare delle piccole cose: “Passi in segreteria” “Passi dal preside” “C’è una circolare da firmare e da leggere” “Ho bisogno di parlarti per quell’alunno di terza”. E magari fare la fotocopia di un articolo interessante, sentire se il laboratorio è disponibile, concordare col tecnico un’esercitazione, prenotare gli audiovisivi (ma dov’è finita la bidella?).
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Se poi si parla di andare in gita siamo nel surreale. In pratica si è in servizio 24 ore su 24, gratis, con enormi responsabilità e c’è  pure caso di rimetterci dei soldi.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Ci sarebbe poi la questione dei tre mesi di ferie, altra costante. I quali, in alcuni casi, vanno dal 10 luglio al 20 agosto. Come questo sia possibile è tuttora oggetto di studio. In ogni caso potrebbe essere un ottimo spunto per una sceneggiatura di Christopher Nolan, autore di film di fantascienza basati sullo sfasamento temporale come “Inception” e “Interstellar”.
(1) Chi Più Ne Ha Più Ne Metta
“Una costante fisica è una grandezza fisica oppure un numero adimensionale che è universale in natura e indipendente dall’istante e dal luogo in cui viene misurata (costante di natura)”.
“Ci sono molte costanti in natura, molte delle quali sono riconducibili a combinazioni della costante di Planck ħ, la costante di gravitazione universale G, la velocità della luce nel vuoto c, la costante dielettrica del vuoto ε0, e la carica elementare e”.
Esami

Esami

Così Wikipedia sulle costanti fisiche.

A queste  se ne dovrebbe aggiungere un’altra: le diciotto ore degli insegnanti, grandezza invariabile, indipendente da come la si misuri.
Qualche esempio.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
C’è pure l’ora di ricevimento settimanale.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Le lezioni dovrai pure prepararle, devi aggiornarti. E poi devi anche tener dietro alle novità che vengono dal Ministero.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Poi ci sono i compiti. Vanno preparati, mica posso ridargli quello dell’anno scorso, che lo hanno comprato da quelli dell’anno prima. E poi se do questo compito alla classe che ho quest’anno, sai che macello. E arrivare a scuola almeno mezz’ora prima per fotocopiarlo e magari c’è la coda. E poi correggerlo. Anzi correggerli e aumentano sempre. Perché magari hai sempre tre classi, ma quando al Ministero alzano il numero degli alunni per classe mica ci pensano che gli alunni da seguire piano piano sono passati da sessanta a novanta. Anzi no, visto che a inizio carriera avevi tre classi e adesso ne hai cinque, sono passati da sessanta a centocinquanta.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
E poi ad un certo punto con l’aumento degli alunni non ce la fai più con le verifiche orali e passi ai test. Anche quelli da preparare, fotocopiare, correggere.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
In qualche materia tecnica in quinta si assegna qualche compito di un certo peso, ad esempio un progetto o un bilancio. Che richiede un bell’impegno agli studenti, ma anche agli insegnanti, per entrambe a volte finisce con l’impegnare una o più notti. Anche questi compiti crescono col numero degli studenti, finché un anno con l’assegnazione delle cattedre, ci si ritrova con due quinte da trenta e i lavori raddoppiano.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
E poi ci sono le riunioni: collegio docenti ordinari e straordinari, consigli di classe ordinari e straordinari, riunioni per materie, programmazione, commissioni varie ed eventuali. Infine gli scrutini. Lo sapevate che per gli scrutini non c’è limite di tempo?
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Le riunioni si portano dietro i documenti. Programmi preventivi e consuntivi, programmazione, documento del 15 maggio, relazione sulla classe, relazione sul programma. E poi PEI, POF, PTOF e CPNHPNM (1). Alla fine  fare le medie e anche un giudizio per giustificare ogni voto, soprattutto quelli negativi. Dare indicazioni su cosa devono studiare i rimandati (come se non ci fosse il programma). Consegnare i compiti scritti impacchettati ed etichettati. E per ogni riunione c’è un verbale che qualcuno dovrà pur fare.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Per non parlare delle piccole cose: “Passi in segreteria” “Passi dal preside” “C’è una circolare da firmare e da leggere” “Ho bisogno di parlarti per quell’alunno di terza”. Fare la fotocopia di un articolo interessante, sentire se il laboratorio è disponibile, concordare col tecnico un’esercitazione, prenotare gli audiovisivi (ma dov’è finita la bidella?).
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Se poi si parla di andare in gita siamo nel surreale. In pratica si è in servizio 24 ore su 24, gratis, con enormi responsabilità e c’è  pure caso di rimetterci dei soldi.
Quanto lavora un insegnante? “Diciotto ore”.
Ci sarebbe poi la questione dei tre mesi di ferie, altra costante. I tre mesi, in alcuni casi, vanno dal 10 luglio al 20 agosto. Come questo sia possibile è tuttora oggetto di studio. In ogni caso potrebbe essere un ottimo spunto per una sceneggiatura di Christopher Nolan, autore di film di fantascienza basati sullo sfasamento temporale come “Inception” e “Interstellar”.
(1) Chi Più Ne Ha Più Ne Metta

Petaloso, pensieri per una piccola parola

Fiore petaloso

Il mio Tweet così come è apparso al Tg1 delle 20

Sui social network è stato un giorno di follia. La parola petaloso ha cominciato a rimbalzare in rete e, dovunque sia arrivata, ha provocato reazioni divertite e divertenti. Legioni di creativi (me compreso) si sono cimentati con la nuova parola, chi scrivendo, chi disegnando, chi tirando fuori una foto dal’archivio. I giornalisti hanno indagato, i pubblicitari hanno improvvisato slogan per dimostrare che i loro prodotti fossero petalosi.

La cosa merita qualche commento.

Vediamo come è nata.

Un bambino, Matteo, commette un errore: scrive un aggettivo che non esiste.

La maestra invece di guardare solo all’errore, commenta che l’errore è “bello” e valuta il compito positivamente.

La cosa poteva finire lì. Invece la maestra decide di consultare nientepopodimenoche l’Accademia della Crusca.

L’Accademia della Crusca risponde, rientra nei suoi compiti istituzionali. Lo fa con una bella lettera, in cui approfitta per spiegare a quei bambini come una parola entra a far parte del vocabolario.

La maestra decide che quella cosa non deve restare solo per la sua classe e condivide su un social network.

E qui “petaloso” esplode, diventa virale. Su Facebook il post viene condiviso, commentato, nascono altri post sull’argomento che a loro volta vengono condivisi. Su Twitter #petaloso entra nell’Olimpo degli hashtag di tendenza, Istagram fiorisce di immagini petalose. I giornalisti hanno indagato, i pubblicitari hanno improvvisato slogan per dimostrare che i prodotti dei loro clienti fossero petalosi.

Un gioco? Forse, ma alla parola “gioco” scatta un’associazione: chi conosce la teoria dei giochi potrebbe parlare di “gioco a somma non zero”. L’economia classica ci ha abituato ai giochi “a somma zero” dove se uno guadagna l’altro perde. Questo, invece, è un gioco dove molti hanno guadagnato senza che nessuno abbia perso. Certo, i guadagni di molti sono esprimibili soprattutto in termini di stima e autostima. Questo vale soprattutto per Matteo, per la maestra e per l’Accademia della Crusca, che ha avuto un guadagno di immagine non indifferente. Ma una notizia che rimbalza per il Web genera anche dei ritorni economici e le agenzie pubblicitarie non hanno certo lavorato gratis.

Il tutto è partito da gesti gratuiti: la maestra poteva chiudere lì, l’Accademia della Crusca poteva dare una risposta concisa e burocratica, di nuovo la maestra poteva tenere per sé la lettera di risposta. Invece hanno fatto qualcosa in più e ne hanno ricavato qualcosa per sè e per gli altri.

Un’altre considerazione. Da tempo, insieme ad altri, lavoriamo al progetto della “Scuola del Gratuito”. Fra le molte cose che diciamo che anche l’errore è positivo, è una occasione di imparare. Quale migliore esempio di questo?

Ma prima di noi ci aveva pensato Darwin. O meglio possiamo desumerlo dalla sintesi moderna che si fa tra teoria di Darwin e genetica. Pensateci un attimo: “petaloso” nell’ecosistema del Vocabolario esistente sarebbe un errore, così come lo sono le mutazioni. La lettera dell’Accademia si presta bene anche a spiegare come funzioni l’evoluzione: se la parola trova un ecosistema favorevole sopravviverà e potrà farne parte in permanenza.  Magari nel passato qualche altro bambino ha prodotto la stesa parola, ma non ha trovato l’ambiente favorevole: la maestra ha fatto un segno rosso e dato un voto in meno. Mentre scrivo apprendo che Michele Serra l’aveva già usata nel ‘91 su Panorama, evidentemente non era il posto giusto.  Per il momento l’ecosistema Web ha reagito molto bene. Non resta che aspettare e continuare ad usare questa simpatica parola.

Ma gli insegnanti lavorano già così

Laboratorio di affresco

Laboratorio di affresco

Levata di scudi e polemiche alla dichiarazione del ministro Poletti secondo cui l’orario di lavoro è un parametro vecchio.
Chi lo ha salutato come innovatore, chi ha paventato il ritorno del cottimo.
Nessuno ha fatto notare che c’è una categoria che lavora già al di fuori del parametro dell’orario di lavoro: gli insegnanti.
Quando si parla del lavoro degli insegnanti si parla sempre delle famose “diciotto ore”, senza approfondire il fatto che sono solo la misura della presenza in classe, non della loro quantità di lavoro. Questa dipende piuttosto dal numero di classi, di alunni per classe e dalla quantità di prove scritte da svolgere, ma di questo non si parla mai.
Eppure andando a misurare il carico di lavoro secondo questi parametri si fanno scoperte interessanti.
Ho provato a fare qualche calcolo sulla cattedra di Agricoltura, Economia ed Estimo che ho occupato all’Istituto tecnico per Geometri, altri potrebbero fare altrettanto con risultati simili.
Fra sedicenti riforme, tagli e pretese razionalizzazioni, in 36 anni le classi sono passate da 3 a 5, due terzi in più. Gli alunni da seguire, per effetto dell’aumento del numero massimo per classe, sono praticamente raddoppiati, passando da 60-75 a 120-150. L’aumento delle prove da correggere è stato più che proporzionale, dato che con classi numerose e spesso orari ridotti a due ore settimanali si è costretti ad effettuare test scritti per aver il secondo voto per l’orale. Sono aumentate le ore dedicate a programmazione e consigli di classe, come pure quelle necessarie per valutazioni intermedie e finali e stesura di documenti vari.

Forse valutare il lavoro su basi diverse dalle diciotto ore in aula per molti insegnanti potrebbe essere proprio conveniente.

Sicuramente, invece, conviene ai vari Governi continuare a far finta che gli insegnanti lavorino 18 ore.

Per un Presepe di Pace

Parrocchia del Redentore di Riccione

Parrocchia del Redentore di Riccione

Da molti anni ormai gestisco il Concorso Presepi della Diocesi di Rimini. Ho imparato molto su questa bella forma d’arte popolare e soprattutto ho imparato ad amarla, attraverso la cura e la passione che tante persone mettono in questo appuntamento annuale.

Per questa ragione soffro nel vedere le diatribe sulla presenza dl Presepe nelle scuole.
Ovvio che succeda quando viene rifiutato per un malinteso rispetto verso altre religioni.

Meno ovvio il disagio che provo nel vedere sui social network i post che invitano a fare il Presepe “per difendere la nostra civiltà”. Come si facesse il Presepe contro qualcuno, cercando di occupare spazi invece di avviare processi, il contrario di quello che ci invita a fare il nostro Papa Francesco. Usiamo invece il Presepe per iniziare un processo di unità, come sta facendo da tempo la Caritas diocesana con la sua mostra annuale dei Presepi nel Mondo. In più quest’anno, domenica 13 dicembre, l’esposizione sarà anche la cornice per uno degli eventi del ciclo “Beati gli operatori di Pace”, promosso dal Servizio diocesano per il progetto culturale, incentrato proprio sul dialogo interreligioso.

E nelle scuole prendiamo l’occasione del Presepe per parlare, o far parlare qualcuno, di quel Bambino Ebreo, divenuto Messia dei Cristiani e penultimo profeta dei Musulmani. Venuto in terra per portare la Pace a tutti gli uomini di buona volontà.

Fatto!

occhi1Fare sempre due scatti per evitare che uno degli sposi venga con gli occhi chiusi. Fatto.

Ciclostile

Sto scrivendo un articolo e inciampo in una parola: ciclostile. Mi toccherà spiegarla, sulla rivista non posso mettere un link a Wikipedia, chi sa più cos’è un ciclostile oggi? Oggi che abbiamo tutti una stampante in casa,  che con un post su Facebook raggiungiamo decine di amici con la speranza che lo condividano e diventi virale. E lo stesso dicasi per il tweet, la foto su Istagram e il video su You Tube. E poi se vogliamo raggiungere tutti i nostri contatti basta aggiungere gli indirizzi ad una e-mail. O spedire un messaggio ad un gruppo di WhatsApp.

Ma prima del computer c’era il telefono (fisso) e c’erano le poste. E per fare una copia di una lettera c’era… , no, non c’era niente, neanche la fotocopiatrice. Al massimo, in qualche ufficio c’era una macchinetta “a spirito” che permetteva di fare una-copia-una trasferendo i caratteri per contatto con l’alcool. Ci si doveva pensare prima. Se le copie erano poche si usavano diversi strati di carta carbone e carta velina infilati nella macchina da scrivere. Se si pigiava forte si arrivava a sei copie in un colpo. E se i numeri erano più alti si doveva ricorrere al ciclostile.

Ciclostile

Ciclostile al "Museo del Comunismo" di Praga

Il ciclostile. Di solito da bambini se ne faceva la conoscenza in parrocchia (o nella sezione del partito) dove, in una stanza  qualcuno girava la manovella di una rumorosa macchina per sfornare una pila di fogli stampati su una carta ruvida odorosa di inchiostro. Nascevano così gli avvisi da distribuire, in genere a mano, uno per uno, casa per casa o con un volantinaggio. Io distribuivo quelli dell’Azione Cattolica.

Il ciclostile. Un bambino curioso come me trovava prima o poi chi gli spiegava come funzionava il ciclostile. Il punto di partenza era la matrice, un foglio di carta sottile ricoperto di cera che veniva asportata dove battevano i martelletti della macchina da scrivere . La matrice veniva poi fissata su un tamburo inchiostrato e l’inchiostro, passando attraverso la carta rimasta scoperta, imprimeva il testo sul foglio. Il lavoro non era semplice. Il testo andava battuto con attenzione, per correggere gli errori non bastava il tasto “backspace”. Si ricoprivano i caratteri con una specie di smalto per unghie, che doveva asciugare prima di ribattere. Poi la matrice si doveva stendere sul rullo e passare alla stampa. Alla fine un’altro passaggio delicato: sbarazzarsi della matrice intrisa di inchiostro senza sporcare sé stessi e tutto quanto intorno. Un lavoro di fiducia, riservato a pochi eletti.

Il ciclostile. Nel ‘68 avevo sedici anni. Una delle immagini ricorrenti in quegli anni è quella di uno o due studenti in eskimo e sciarpa rossa sulla porta della scuola che distribuivano una bracciata di volantini, naturalmente ciclostilati. Se su quel foglio c’era scritto “ASSEMBLEA” o “SCIOPERO” non si faceva lezione e, a seconda dei casi, ci si riuniva in una sala rimediata in qualche modo oppure ci si disperdeva per i giardinetti, la spiaggia, i bar o i grandi magazzini. Per i più, il resto del volantino contava poco.

Il ciclostile. Eppure nello stendere quei volantini ci mettevamo impegno. Ricordo un pomeriggio, in un’aula della scuola benevolmente concessa per un “Comitato di base”. Eravamo poco più di una decina di volenterosi, ci siamo messi a stendere un documento, non ricordo più se per commentare un evento, progettare la scuola del futuro oppure cambiare il Mondo (che comunque era il fine ultimo). Di sicuro eravamo un gruppo assortito, con pochi o vaghi riferimenti alle forze politiche di allora. Fra una precisazione e l’altra stendemmo una paginetta, che ci sembrò fondamentale per i destini del Mondo o almeno per quelli del nostro Liceo. Fu allora che qualcuno disse la terribile frase: “E adesso come lo ciclostiliamo”? Già, perché il ciclostile non era così facile da trovare, forse se Zemeckis avesse girato “Ritorno al futuro” in quegli anni avrebbe immaginato una scena in cui ce n’è uno in tutte le case. Ma quella preziosa macchinetta allora era appannaggio di grossi uffici, scuole, parrocchie, sindacati oppure di costosi centri stampa. Che fare? quel prezioso documento rischiava di morire lì, restare confinato nel foglio su cui era stato scritto con la biro. Nel silenzio sgomento ricordo il sorriso compiaciuto di un seminarista e il suo gesto con l’indice a dire “Da’ qua, ci pensiamo noi”. Dovemmo constatare, a bocca aperta, che qualcuno in Seminario avrebbe ciclostilato quel documento sovversivo. In ogni caso il Mondo non cambiò, almeno non in maniera percettibile.

Il ciclostile. Anni dopo, molti anni dopo, conversavo con don Fausto Lanfranchi, a proposito di un libro su don Oreste Benzi che stavo scrivendo. Don Fausto era stato Rettore del Seminario e nel ‘68 aveva fatto la sua piccola rivoluzione: aveva mandato i seminaristi nelle scuole superiori statali, “a scuola con le ragazze”, come scrisse uno scandalizzato rotocalco. Parlammo un poco di quel periodo, di quei seminaristi mandati a studiare fuori dalle mura proprio in quegli anni caldi. Don Fausto era un po’ preoccupato per quei ragazzi che si trovavano a partecipare ad assemblee e perfino ad occupazioni. Aveva comunque incaricato don Oreste, loro padre spirituale, di seguirli. Cosa che faceva volentieri: “A lui piaceva quel clima di novità. Pensa che gli ciclostilava i volantini”!

Il ciclostile. Ne abbiamo visto uno, io e mia moglie, in un viaggio a Praga, al museo del Comunismo. Se siete da quelle parti, visitatelo, si trova facilmente, è proprio sopra il McDonald. Fra le tante cose interessanti c’è anche un ciclostile, nella stanza arredata come l’ufficio del Commissario Politico. Era sotto un cartello che spiegava come viaggiasse l’informazione dell’opposizione al regime comunista, il Samizdat. Vi si parlava di documenti e di interi libri battuti a macchina di notte, sei copie alla volta, con la paura che qualche vicino collaborazionista sentisse il ticchettio e denunciasse l’attività clandestina alla Polizia politica. E il ciclostile? Quei pochi che c’erano erano strettamente controllati dal Partito e dalla Polizia. Averne uno in casa significava una condanna a morte. Allora ho capito cos’era veramente il ciclostile: era la Libertà. Libertà di opinione , libertà di stampa o semplicemente Libertà incarnata non in una bandiera al vento, ma negli ingranaggi e le lamiere di una macchina da ufficio.

Il ciclostile. E l’articolo? dovevo scrivere duemiladuecento caratteri sul primo numero (ciclostilato) della rivista “Sempre” e ne ho scritti seimilatrecentonovantuno solo sul ciclostile. Vabbè, finiranno sul blog. E nell’articolo?

” …al ciclostile, metodo di stampa che richiedeva un’attrezzatura modesta, alla portata di quasi tutte le parrocchie e di molte associazioni”.

Centotrentasette caratteri.

Diciotto ore

Un'aula di informatica di qualche anno fa

Un'aula di informatica di qualche anno fa

In aula per insegnamento: 18 ore

Consigli di classe e riunione organizzativa: 8 ore

Preparazione di compiti in classe: un’ora.

Viaggio: 2 ore fra la scuola di titolarità dove insegna per 11 ore e l’altra dove completa per altre 7. Conteggio il tragitto perché ce lo chiede l’Europa, con una sentenza della Corte di Strasburgo. Non viene considerato il tragitto fra casa e scuola di titolarità.

Correzione compiti e predisposizione piano annuale: 3 ore (di domenica).

Totale: 33 ore.

Più nove ore perse nelle cosiddette “ore buche” perché lezioni e Consigli di classe non sono consecutivi e gli insegnanti non hanno uno spazio decente in cui lavorare.

In tutto 42 ore, più il tempo per andare almeno a vedere cosa si deve insegnare il giorno dopo.

Questa è stata la settimana di mia moglie. Qualcuno crede ancora che un insegnante lavori diciotto ore la settimana?

Il veleno de “La buona scuola”

Laboratorio di affresco all'ITG "Odone Belluzzi"

Fabrizio Rondolino invita la Polizia a riempire di botte gli insegnanti, rei di bloccare il traffico per protestare contro “La buona scuola”.

Sorvolo sulla evidente inciviltà della proposta, dalla quale lo stesso prende poi, opportunisticamente, le distanze, usando il vecchio e comodo artificio di definirla “una provocazione”.

Sorvolo, perché poi, usa uno di quegli argomenti che ti fanno dire “le botte erano meglio”. Si unisce infatti a quel linciaggio morale che ha accompagnato l’approvazione della cosiddetta riforma, definendo gl’insegnanti “nullafacenti ipergarantiti che lavorano poco e male”. Come rimedio, naturalmente, i controlli e gli incentivi che la riforma promette.

È questo il vero veleno della riforma: il discredito gettato sugli insegnanti, l’unica categoria di lavoratori dipendenti che alla domanda “qual è il tuo orario di lavoro?” risponde “non lo so” perché abituata a fare i conti  con il lavoro che la professione richiede e non con il cartellino da timbrare. E se la scuola italiana funziona ancora lo si deve al fatto che molti insegnanti si impegnano senza aspettarsi incentivi, ma solo per la passione che hanno per il proprio lavoro.

Ma questo non è contemplato dall’ideologia del profitto: non è concepibile che si lavori per fare un buon lavoro, l’unico modo ammesso di lavorare è per il salario.

Il tanto decantato “riconoscimento del merito” vuole fare proprio questo: vantarsi di aver migliorato la Scuola introducendo un meccanismo di profitto di cui gli insegnanti hanno fatto finora a meno, lavorando nell’unico modo veramente educante: con spirito di gratuità. E affermando che si lavora solo per il profitto.

Gli Insegnanti e i loro Sindacati

ManifestazioneCome spesso succede il il commento migliore è di un comico, nella fattispecie Crozza: “gli insegnanti sono così incazzati che i Black-block si sono rifugiati nelle banche dalla paura”.

La riprova è che l’affermazione del ministro Maria Elena Boschi sulla “Scuola in mano ai Sindacati” è stata accolta da proteste anziché da una solenne, omerica risata: quando si è indignati, il senso dell’umorismo passa in secondo piano.

Chi conosce la Scuola sa quale sia la sua situazione sindacale. Altre categorie hanno sindacati confederali e autonomi. La Scuola ha confederali, autonomi e Cobas, che non sono sindacati, ma gruppi di sindacati, riuniti così più per comodità giornalistica che per un’effettiva affinità di idee. Questi tre gruppi si fanno un’insana concorrenza, si ha quasi l’impressione che nelle salette dei dirigenti si svolgano dialoghi di questo tipo: “Fissiamo la data dello sciopero, propongo i 16″ “Il 16 sciopera il Comitato docenti superstufi” “Allora dobbiamo trovare un’altra data”. Una pletora di sigle, che hanno in comune due cose: sono formate da insegnanti e non sono d’accordo con le altre organizzazioni sindacali. Uno sciopero unitario non si ricordava dal 2008, tempi della Gelmini.  Fatte queste premesse, che “i Sindacati” abbiano in mano la Scuola, appare molto ridicolo.

I Sindacati, ogni tanto deve essere ricordato, sono organo di rappresentanza dei lavoratori, i quali, nel caso della Scuola, costituiscono una categoria tutt’altro che omogenea, divisa su fini e metodi. I vertici sindacali, di conseguenza, cercano di coltivare ognuno la propria nicchia di consenso invece di perseguire una difficile unità.

Questa categoria, normalmente in disaccordo su tutto, si è trovata improvvisamente unita, forse per motivazioni non proprio identiche per tutti, ma comunque con un un unico obiettivo: combattere la riforma, chiamata “La buona scuola” che per ora ha avuto un solo merito: compattare una categoria normalmente divisa. E questa cosa inusitata ha convinto, finalmente, i vertici sindacali a marciare compatti, anche se con qualche distinguo.