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Specchio antico

Specchio antico

Ora vediamo come in uno specchio antico (San Paolo)

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Ma gli insegnanti lavorano già così

Laboratorio di affresco

Laboratorio di affresco

Levata di scudi e polemiche alla dichiarazione del ministro Poletti secondo cui l’orario di lavoro è un parametro vecchio.
Chi lo ha salutato come innovatore, chi ha paventato il ritorno del cottimo.
Nessuno ha fatto notare che c’è una categoria che lavora già al di fuori del parametro dell’orario di lavoro: gli insegnanti.
Quando si parla del lavoro degli insegnanti si parla sempre delle famose “diciotto ore”, senza approfondire il fatto che sono solo la misura della presenza in classe, non della loro quantità di lavoro. Questa dipende piuttosto dal numero di classi, di alunni per classe e dalla quantità di prove scritte da svolgere, ma di questo non si parla mai.
Eppure andando a misurare il carico di lavoro secondo questi parametri si fanno scoperte interessanti.
Ho provato a fare qualche calcolo sulla cattedra di Agricoltura, Economia ed Estimo che ho occupato all’Istituto tecnico per Geometri, altri potrebbero fare altrettanto con risultati simili.
Fra sedicenti riforme, tagli e pretese razionalizzazioni, in 36 anni le classi sono passate da 3 a 5, due terzi in più. Gli alunni da seguire, per effetto dell’aumento del numero massimo per classe, sono praticamente raddoppiati, passando da 60-75 a 120-150. L’aumento delle prove da correggere è stato più che proporzionale, dato che con classi numerose e spesso orari ridotti a due ore settimanali si è costretti ad effettuare test scritti per aver il secondo voto per l’orale. Sono aumentate le ore dedicate a programmazione e consigli di classe, come pure quelle necessarie per valutazioni intermedie e finali e stesura di documenti vari.

Forse valutare il lavoro su basi diverse dalle diciotto ore in aula per molti insegnanti potrebbe essere proprio conveniente.

Sicuramente, invece, conviene ai vari Governi continuare a far finta che gli insegnanti lavorino 18 ore.

Per un Presepe di Pace

Parrocchia del Redentore di Riccione

Parrocchia del Redentore di Riccione

Da molti anni ormai gestisco il Concorso Presepi della Diocesi di Rimini. Ho imparato molto su questa bella forma d’arte popolare e soprattutto ho imparato ad amarla, attraverso la cura e la passione che tante persone mettono in questo appuntamento annuale.

Per questa ragione soffro nel vedere le diatribe sulla presenza dl Presepe nelle scuole.
Ovvio che succeda quando viene rifiutato per un malinteso rispetto verso altre religioni.

Meno ovvio il disagio che provo nel vedere sui social network i post che invitano a fare il Presepe “per difendere la nostra civiltà”. Come si facesse il Presepe contro qualcuno, cercando di occupare spazi invece di avviare processi, il contrario di quello che ci invita a fare il nostro Papa Francesco. Usiamo invece il Presepe per iniziare un processo di unità, come sta facendo da tempo la Caritas diocesana con la sua mostra annuale dei Presepi nel Mondo. In più quest’anno, domenica 13 dicembre, l’esposizione sarà anche la cornice per uno degli eventi del ciclo “Beati gli operatori di Pace”, promosso dal Servizio diocesano per il progetto culturale, incentrato proprio sul dialogo interreligioso.

E nelle scuole prendiamo l’occasione del Presepe per parlare, o far parlare qualcuno, di quel Bambino Ebreo, divenuto Messia dei Cristiani e penultimo profeta dei Musulmani. Venuto in terra per portare la Pace a tutti gli uomini di buona volontà.

Fatto!

occhi1Fare sempre due scatti per evitare che uno degli sposi venga con gli occhi chiusi. Fatto.

Ciclostile

Sto scrivendo un articolo e inciampo in una parola: ciclostile. Mi toccherà spiegarla, sulla rivista non posso mettere un link a Wikipedia, chi sa più cos’è un ciclostile oggi? Oggi che abbiamo tutti una stampante in casa,  che con un post su Facebook raggiungiamo decine di amici con la speranza che lo condividano e diventi virale. E lo stesso dicasi per il tweet, la foto su Istagram e il video su You Tube. E poi se vogliamo raggiungere tutti i nostri contatti basta aggiungere gli indirizzi ad una e-mail. O spedire un messaggio ad un gruppo di WhatsApp.

Ma prima del computer c’era il telefono (fisso) e c’erano le poste. E per fare una copia di una lettera c’era… , no, non c’era niente, neanche la fotocopiatrice. Al massimo, in qualche ufficio c’era una macchinetta “a spirito” che permetteva di fare una-copia-una trasferendo i caratteri per contatto con l’alcool. Ci si doveva pensare prima. Se le copie erano poche si usavano diversi strati di carta carbone e carta velina infilati nella macchina da scrivere. Se si pigiava forte si arrivava a sei copie in un colpo. E se i numeri erano più alti si doveva ricorrere al ciclostile.

Ciclostile

Ciclostile al "Museo del Comunismo" di Praga

Il ciclostile. Di solito da bambini se ne faceva la conoscenza in parrocchia (o nella sezione del partito) dove, in una stanza  qualcuno girava la manovella di una rumorosa macchina per sfornare una pila di fogli stampati su una carta ruvida odorosa di inchiostro. Nascevano così gli avvisi da distribuire, in genere a mano, uno per uno, casa per casa o con un volantinaggio. Io distribuivo quelli dell’Azione Cattolica.

Il ciclostile. Un bambino curioso come me trovava prima o poi chi gli spiegava come funzionava il ciclostile. Il punto di partenza era la matrice, un foglio di carta sottile ricoperto di cera che veniva asportata dove battevano i martelletti della macchina da scrivere . La matrice veniva poi fissata su un tamburo inchiostrato e l’inchiostro, passando attraverso la carta rimasta scoperta, imprimeva il testo sul foglio. Il lavoro non era semplice. Il testo andava battuto con attenzione, per correggere gli errori non bastava il tasto “backspace”. Si ricoprivano i caratteri con una specie di smalto per unghie, che doveva asciugare prima di ribattere. Poi la matrice si doveva stendere sul rullo e passare alla stampa. Alla fine un’altro passaggio delicato: sbarazzarsi della matrice intrisa di inchiostro senza sporcare sé stessi e tutto quanto intorno. Un lavoro di fiducia, riservato a pochi eletti.

Il ciclostile. Nel ‘68 avevo sedici anni. Una delle immagini ricorrenti in quegli anni è quella di uno o due studenti in eskimo e sciarpa rossa sulla porta della scuola che distribuivano una bracciata di volantini, naturalmente ciclostilati. Se su quel foglio c’era scritto “ASSEMBLEA” o “SCIOPERO” non si faceva lezione e, a seconda dei casi, ci si riuniva in una sala rimediata in qualche modo oppure ci si disperdeva per i giardinetti, la spiaggia, i bar o i grandi magazzini. Per i più, il resto del volantino contava poco.

Il ciclostile. Eppure nello stendere quei volantini ci mettevamo impegno. Ricordo un pomeriggio, in un’aula della scuola benevolmente concessa per un “Comitato di base”. Eravamo poco più di una decina di volenterosi, ci siamo messi a stendere un documento, non ricordo più se per commentare un evento, progettare la scuola del futuro oppure cambiare il Mondo (che comunque era il fine ultimo). Di sicuro eravamo un gruppo assortito, con pochi o vaghi riferimenti alle forze politiche di allora. Fra una precisazione e l’altra stendemmo una paginetta, che ci sembrò fondamentale per i destini del Mondo o almeno per quelli del nostro Liceo. Fu allora che qualcuno disse la terribile frase: “E adesso come lo ciclostiliamo”? Già, perché il ciclostile non era così facile da trovare, forse se Zemeckis avesse girato “Ritorno al futuro” in quegli anni avrebbe immaginato una scena in cui ce n’è uno in tutte le case. Ma quella preziosa macchinetta allora era appannaggio di grossi uffici, scuole, parrocchie, sindacati oppure di costosi centri stampa. Che fare? quel prezioso documento rischiava di morire lì, restare confinato nel foglio su cui era stato scritto con la biro. Nel silenzio sgomento ricordo il sorriso compiaciuto di un seminarista e il suo gesto con l’indice a dire “Da’ qua, ci pensiamo noi”. Dovemmo constatare, a bocca aperta, che qualcuno in Seminario avrebbe ciclostilato quel documento sovversivo. In ogni caso il Mondo non cambiò, almeno non in maniera percettibile.

Il ciclostile. Anni dopo, molti anni dopo, conversavo con don Fausto Lanfranchi, a proposito di un libro su don Oreste Benzi che stavo scrivendo. Don Fausto era stato Rettore del Seminario e nel ‘68 aveva fatto la sua piccola rivoluzione: aveva mandato i seminaristi nelle scuole superiori statali, “a scuola con le ragazze”, come scrisse uno scandalizzato rotocalco. Parlammo un poco di quel periodo, di quei seminaristi mandati a studiare fuori dalle mura proprio in quegli anni caldi. Don Fausto era un po’ preoccupato per quei ragazzi che si trovavano a partecipare ad assemblee e perfino ad occupazioni. Aveva comunque incaricato don Oreste, loro padre spirituale, di seguirli. Cosa che faceva volentieri: “A lui piaceva quel clima di novità. Pensa che gli ciclostilava i volantini”!

Il ciclostile. Ne abbiamo visto uno, io e mia moglie, in un viaggio a Praga, al museo del Comunismo. Se siete da quelle parti, visitatelo, si trova facilmente, è proprio sopra il McDonald. Fra le tante cose interessanti c’è anche un ciclostile, nella stanza arredata come l’ufficio del Commissario Politico. Era sotto un cartello che spiegava come viaggiasse l’informazione dell’opposizione al regime comunista, il Samizdat. Vi si parlava di documenti e di interi libri battuti a macchina di notte, sei copie alla volta, con la paura che qualche vicino collaborazionista sentisse il ticchettio e denunciasse l’attività clandestina alla Polizia politica. E il ciclostile? Quei pochi che c’erano erano strettamente controllati dal Partito e dalla Polizia. Averne uno in casa significava una condanna a morte. Allora ho capito cos’era veramente il ciclostile: era la Libertà. Libertà di opinione , libertà di stampa o semplicemente Libertà incarnata non in una bandiera al vento, ma negli ingranaggi e le lamiere di una macchina da ufficio.

Il ciclostile. E l’articolo? dovevo scrivere duemiladuecento caratteri sul primo numero (ciclostilato) della rivista “Sempre” e ne ho scritti seimilatrecentonovantuno solo sul ciclostile. Vabbè, finiranno sul blog. E nell’articolo?

” …al ciclostile, metodo di stampa che richiedeva un’attrezzatura modesta, alla portata di quasi tutte le parrocchie e di molte associazioni”.

Centotrentasette caratteri.

Diciotto ore

Un'aula di informatica di qualche anno fa

Un'aula di informatica di qualche anno fa

In aula per insegnamento: 18 ore

Consigli di classe e riunione organizzativa: 8 ore

Preparazione di compiti in classe: un’ora.

Viaggio: 2 ore fra la scuola di titolarità dove insegna per 11 ore e l’altra dove completa per altre 7. Conteggio il tragitto perché ce lo chiede l’Europa, con una sentenza della Corte di Strasburgo. Non viene considerato il tragitto fra casa e scuola di titolarità.

Correzione compiti e predisposizione piano annuale: 3 ore (di domenica).

Totale: 33 ore.

Più nove ore perse nelle cosiddette “ore buche” perché lezioni e Consigli di classe non sono consecutivi e gli insegnanti non hanno uno spazio decente in cui lavorare.

In tutto 42 ore, più il tempo per andare almeno a vedere cosa si deve insegnare il giorno dopo.

Questa è stata la settimana di mia moglie. Qualcuno crede ancora che un insegnante lavori diciotto ore la settimana?

Il veleno de “La buona scuola”

Laboratorio di affresco all'ITG "Odone Belluzzi"

Fabrizio Rondolino invita la Polizia a riempire di botte gli insegnanti, rei di bloccare il traffico per protestare contro “La buona scuola”.

Sorvolo sulla evidente inciviltà della proposta, dalla quale lo stesso prende poi, opportunisticamente, le distanze, usando il vecchio e comodo artificio di definirla “una provocazione”.

Sorvolo, perché poi, usa uno di quegli argomenti che ti fanno dire “le botte erano meglio”. Si unisce infatti a quel linciaggio morale che ha accompagnato l’approvazione della cosiddetta riforma, definendo gl’insegnanti “nullafacenti ipergarantiti che lavorano poco e male”. Come rimedio, naturalmente, i controlli e gli incentivi che la riforma promette.

È questo il vero veleno della riforma: il discredito gettato sugli insegnanti, l’unica categoria di lavoratori dipendenti che alla domanda “qual è il tuo orario di lavoro?” risponde “non lo so” perché abituata a fare i conti  con il lavoro che la professione richiede e non con il cartellino da timbrare. E se la scuola italiana funziona ancora lo si deve al fatto che molti insegnanti si impegnano senza aspettarsi incentivi, ma solo per la passione che hanno per il proprio lavoro.

Ma questo non è contemplato dall’ideologia del profitto: non è concepibile che si lavori per fare un buon lavoro, l’unico modo ammesso di lavorare è per il salario.

Il tanto decantato “riconoscimento del merito” vuole fare proprio questo: vantarsi di aver migliorato la Scuola introducendo un meccanismo di profitto di cui gli insegnanti hanno fatto finora a meno, lavorando nell’unico modo veramente educante: con spirito di gratuità. E affermando che si lavora solo per il profitto.

Gli Insegnanti e i loro Sindacati

ManifestazioneCome spesso succede il il commento migliore è di un comico, nella fattispecie Crozza: “gli insegnanti sono così incazzati che i Black-block si sono rifugiati nelle banche dalla paura”.

La riprova è che l’affermazione del ministro Maria Elena Boschi sulla “Scuola in mano ai Sindacati” è stata accolta da proteste anziché da una solenne, omerica risata: quando si è indignati, il senso dell’umorismo passa in secondo piano.

Chi conosce la Scuola sa quale sia la sua situazione sindacale. Altre categorie hanno sindacati confederali e autonomi. La Scuola ha confederali, autonomi e Cobas, che non sono sindacati, ma gruppi di sindacati, riuniti così più per comodità giornalistica che per un’effettiva affinità di idee. Questi tre gruppi si fanno un’insana concorrenza, si ha quasi l’impressione che nelle salette dei dirigenti si svolgano dialoghi di questo tipo: “Fissiamo la data dello sciopero, propongo i 16″ “Il 16 sciopera il Comitato docenti superstufi” “Allora dobbiamo trovare un’altra data”. Una pletora di sigle, che hanno in comune due cose: sono formate da insegnanti e non sono d’accordo con le altre organizzazioni sindacali. Uno sciopero unitario non si ricordava dal 2008, tempi della Gelmini.  Fatte queste premesse, che “i Sindacati” abbiano in mano la Scuola, appare molto ridicolo.

I Sindacati, ogni tanto deve essere ricordato, sono organo di rappresentanza dei lavoratori, i quali, nel caso della Scuola, costituiscono una categoria tutt’altro che omogenea, divisa su fini e metodi. I vertici sindacali, di conseguenza, cercano di coltivare ognuno la propria nicchia di consenso invece di perseguire una difficile unità.

Questa categoria, normalmente in disaccordo su tutto, si è trovata improvvisamente unita, forse per motivazioni non proprio identiche per tutti, ma comunque con un un unico obiettivo: combattere la riforma, chiamata “La buona scuola” che per ora ha avuto un solo merito: compattare una categoria normalmente divisa. E questa cosa inusitata ha convinto, finalmente, i vertici sindacali a marciare compatti, anche se con qualche distinguo.

Black block, quale danno?

Centro nutrizionale a Ndola, Zambia

Centro nutrizionale della Comunità Papa Giovanni XXIII a Ndola, Zambia

Dicendo che il danno maggiore non sono le vetrine o le automobili bruciate, probabilmente scandalizzerò qualcuno di chi mi legge. Ma sono convinto che, alla lunga, i maggiori danni li subiranno le persone che soffrono la fame , proprio quelle a cui l’Expò dovrebbe dare delle risposte. Complici in questo i mezzi d’informazione, che oggi dedicano la quasi totalità dello spazio all’ordine pubblico e lasciano nel buio proprio i temi che i manifestanti pacifici (vittime anche loro) avrebbero voluto portare all’attenzione dell’opinione pubblica.

Che un’esposizione ponga in evidenza gli aspetti tecnologici è nella natura delle cose, pretendere che faccia altro sarebbe un po’ come chiedere al concorso di Miss Italia di mettere in risalto l’intelligenza e la cultura delle partecipanti. Ma qualcun altro potrebbe evidenziare altri aspetti che non siano le potenzialità delle sementi o la tecnologia delle nuove macchine ipertecnologiche. Ad esempio chiedersi se questi mezzi così potenti finiranno in aziende destinate a produrre per quel 1,9 miliardi di  persone che sono sovrappeso (fonte: Organizzazione mondiale della Sanità) oppure per gli 805 milioni che sono in condizione di denutrizione (fonte: FAO). Avete letto bene: il problema del sovrappeso interessa più persone della fame, anche se la fame ne uccide di più. Non esistono stime omogenee, ma solo fra i bambini sotto i cinque anni la fame ne uccide 3 milioni (UNICEF), mentre l’obesità si stima sia letale per 2,8 milioni persone (OMS).

Sono cifre sorprendenti, meritevoli almeno di essere esposte e discusse in un talk-show. Ma, possiamo scommetterci, l’attenzione sarà tutta rivolta all’ordine pubblico, alle vetrine spaccate, alle macchine incendiate, ai danni che quei cinquecento violenti hanno fatto alla città di Milano. Non ci si chiederà che fine faranno i prodotti di un’agricoltura da fantascienza, poco accessibile alle tasche di chi trova il microcredito più utile di una mietitrebbia guidata dal satellite.

Eppure non mancano voci che puntano l’attenzione sull’importanza della distribuzione delle risorse, oltre che sulla loro produzione. Fra tante ne cito una che mi sembra particolarmente autorevole. Un brano fortemente sovversivo: per chi non lo sapesse gli accenni alla “mano invisibile” e alle “forze cieche” alludono ai fondamenti dell’ideologia liberista, secondo la quale l’importante è produrre, poi le forze cieche del mercato agirebbero come una mano invisibile che darebbe benessere e prosperità per tutti.

“Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. La crescita in equità esige qualcosa di più della crescita economica, benché la presupponga, richiede decisioni, programmi, meccanismi e processi specificamente orientati a una migliore distribuzione delle entrate, alla creazione di opportunità di lavoro, a una promozione integrale dei poveri che superi il mero assistenzialismo. Lungi da me il proporre un populismo irresponsabile, ma l’economia non può più ricorrere a rimedi che sono un nuovo veleno, come quando si pretende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando in tal modo nuovi esclusi”.

(Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 204)

Non basta quindi produrre, occorre anche distribuire in modo equo.  Non mi stupisce che si preferisca parlare di vetrine spaccate e auto in fiamme, come non stupisce che qualcuno voglia screditarlo dandogli del comunista.

Demolire gli insegnanti per costruire “La buona scuola” ?

Insegnanti precariUna delle tecniche a cui ricorre la pubblicità è quella di mostraci come siano bravi lavoratori di un’azienda. Ci avete fatto caso? Spot che ci mostrano mani sapienti di artigiani, progettisti colti nell’attimo dell’ispirazione, manufatti che crescono fra sorrisi compiaciuti di maestranze orgogliose e di ingegneri soddisfatti.

Unica eccezione, che io sappia, quella grande azienda che va sotto il nome di Ministero dell’Istruzione.

Ultimo esempio il presidente Renzi, preoccupato di mettere in ridicolo una categoria, secondo lui succube dei Sindacati, che sciopera nonostante la riforma preveda assunzione di precari e aumenti stipendiali.

Ma perché questo atteggiamento? Una gestione imprenditoriale diversamente furba oppure così avanzata che noi non la comprendiamo?

In realtà tutto ciò ha una spiegazione economica o, per meglio dire, di bassa bottega.

La categoria degli insegnanti non ha potere contrattuale. Se la scuola chiude per un giorno chi ci rimette sono gli insegnanti stessi che poi devono recuperare programma non svolto e le interrogazioni non fatte. Il danno maggior è per i genitori dei bimbi delle elementari che devono trovare qualcuno a cui affidarli. Ma dalle medie in su è festa per tutti.

Così l’unica spinta per i governi ad adeguare gli stipendi potrebbe venire dall’opinione pubblica e allora si alimenta la diceria che lavorano poco, solo diciotto ore la settimana e hanno pure tre mesi di ferie all’anno. Un Ministro che solo nomini le diciotto ore dovrebbe essere cacciato subito, perché vorrebbe dire che non si è nemmeno letto il contratto di lavoro e non sa quali sono gli obblighi di lavoro dei docenti negli altri paesi d’Europa.

Si è ricorsi pure a trucchi più raffinati, come quello del merito. Si sbandiera all’opinione pubblica l’intenzione di premiare il merito e poi si fa una proposta indecente, inaccettabile, in modo da attribuire ai Sindacati il rifiuto di una valorizzazione della professionalità. Trucco riuscito alla Gelmini, che propose di adeguare lo stipendio solo ai meritevoli, ritentato dal governo Renzi, con il premio di sessanta Euro che, a conti fatti, avrebbe comportato un risparmio e non un maggiore investimento. Trucchi disonesti, che hanno il solo scopo di tenere basso il salario degli insegnanti attribuendo loro un immobilismo che in realtà è della classe politica.

Ora la farsa di una riforma scritta da funzionari che non provengono dal mondo della scuola, sottoposta a una consultazione fasulla e comunque ignorata in sede di disegno di legge, tanto che il mondo della Scuola ora la rifiuta. Non sarebbe successo se quanto emerso dalla consultazione fosse stato ascoltato. O meglio ancora se si fosse fatto tesoro della Legge di iniziativa popolare che non viene presa in considerazione dal Parlamento.

Si cerca invece di farla passare con l’ennesimo trucco, il classico “pacco” in cui, insieme a un qualche chicca, si rifila anche una massa di porcherie. Non si spiega altrimenti l’ostinazione a non voler approvare per decreto la regolarizzazione dei precari (la chicca) e lasciare al dialogo in parlamento il resto della riforma (le porcherie). Si vuol far passare tutto insieme per poter addossa ai docenti la responsabilità di ritardare le assunzioni, gettando ulteriore discredito sulla categoria.

E a rimetterci non saranno solo i docenti.

Immaginate quel simpatico signore dalla faccia paciosa che vediamo negli spot insieme ai sui dipendenti orgogliosi dei tortellini che producono. Immaginatelo invece mentre si lamenta rancoroso degli operai che battono la fiacca e non capiscono le sue direttive sull’importanza di una sfoglia sottile e di un ripieno saporito. Vi fidereste di quei tortellini? E la fabbrica, che fine farebbe?

Presepe no, Natale sì?

Presepe

Presepe

Da un po’ di anni a questa parte si assiste ad esibizioni di laicità  a scapito del Natale, che di solito prendono a pretesto la presenza di bambini di altra religione per vietare ai Cristiani di allestire il presepe a scuola. Che poi, essendo la rappresentazione della nascita di colui che viene considerato dai Musulmani il secondo profeta dopo Maometto, non si capisce bene perché dovrebbe essere offensivo. Nessuno però, almeno che io sappia se la prende con altre manifestazioni festose legate alla stessa ricorrenza. Non ho mai sentito nessuno recriminare per i megawatt impiegati in luminarie, né per il fatto che si chiudono scuole ed attività produttive per permettere ai seguaci di una religione di festeggiare la nascita del Salvatore. E pensare ce queste cose pervadono la vita di tutti in modo ben più massiccio dei Presepi allestiti nelle scuole. Ma forse per certe esibizioni di lusso e che prendono a pretesto il Natale dovremmo essere noi Cristiani quelli che si offendono: perché riempite di cose inutili la festa di colui che è nato povero in una mangiatoia? Che sia proprio il richiamo all’essenzialità in un periodo che si vorrebbe dedicato allo spreco spensierato l’inconfessato motivo che spinge a prendersela proprio col Presepe fra i tanti simboli natalizi?